A volte mi chiedo persino se soffri per la morte del nostro bambino”. È la frase di un celebre romanzo che la moglie rivolge al marito, ma la realtà è che, per quanto non sia mai opportuno generalizzare, è una situazione che mi suona molto familiare.

Negli ultimi anni, grazie anche ad alcuni particolari incontri che ho organizzato per parlare del lutto, ho conosciuto moltissime persone che stavano attraversando un difficile momento e mi sono confrontato con specialisti di questo difficile settore.  

La situazione descritta è piuttosto comune: una donna in lacrime, che esprime apertamente il suo dolore, che desidera connettersi con un partner maschile il cui stoicismo impermeabile la fa sentire sola.                     

Dall’altra parte un uomo con il cuore spezzato, confuso, sconvolto dalla perdita, che blocca il suo dolore dietro un muro di silenzio, incerto su come esprimere vulnerabilità o ricevere supporto.

C’è davvero una differenza nel modo in cui gli uomini soffrono e rispondono alla perdita?

Io da uomo devo dire che lo vedo chiaramente in me e negli altri.

Più ore passate fuori casa, distrazioni continue, grande concentrazione sul lavoro o su progetti pratici che facciano dimenticare il lutto e tengano la testa lontana da quello che si sente.

Ripeto, non amo generalizzare, ma mi sembra di poter dire con chiarezza che gli uomini non possono soffrire per un lutto, non gli è concesso.

L’uomo nella nostra società è ancora una colonna portante, una roccia sicura sulla quale appoggiarsi.  

A noi uomini viene insegnato che piangere, parlare delle nostre emozioni o sentimenti, lamentarsi di una situazione, dire ti voglio bene, comunicare la nostra sofferenza, esternare il dolore, essere fragili, chiedere aiuto…

Ecco, sono tutte cose da donne. L’uomo non può.

Mi ricordo benissimo di Carlo, capelli bianchi, 65 anni circa, una camicia scura e occhiali da sole fuori dalla chiesa dove si celebravano le esequie di quello che era stato l’amore della sua vita, Carla.

Una coppia unita anche nel nome, Carlo e Carla, separata da un tumore dopo 40 anni di amore.

Carlo però era imperturbabile, sorrideva sereno, abbracciava le nipoti in lacrime, stringeva in un abbraccio la figlia, organizzava la cena per la sera stessa, quando dopo 40 anni avrebbe dormito e si sarebbe poi svegliato in un letto vuoto.

Ed è così che ho visto reagire molti uomini, sicuri, silenziosi, lo sguardo concentrato su qualcosa di concreto alla loro portata, lontano dal mondo interiore di sentimenti.

Non voglio entrare nel merito di un discorso di genere, devo dirlo onestamente, non mi interessa minimamente.

Ripeto, vorrei evitare gli stereotipi, ma ci sono fior fiore di ricercatori e clinici convinti che le differenze fra il lutto maschile e femminile sono una realtà indiscutibile.

Questa prospettiva suggerisce che, come gruppo, gli uomini tendono ad essere meno espressivi dei loro sentimenti – con la possibile eccezione della rabbia – e che questa disinclinazione a rivelare o elaborare le emozioni può effettivamente intensificarsi durante i periodi di stress e vulnerabilità.

Ci sono prove che gli uomini hanno maggiori probabilità delle donne di rimanere in silenzio o di soffrire in isolamento, che corrono di qua e di là per impegnarsi in forme di espressione del dolore sempre nuove, come fare tardi la sera, iniziare una nuova relazione o qualsiasi altra attività.

Non solo, non si tratta solo di cercare di distrarsi, si tratta a volte di affogare brutalmente il dolore per farlo tacere.

La ricerca suggerisce, infatti, che gli uomini dopo una perdita sembrano essere più suscettibili allo sviluppo di una dipendenza dall’alcol o ad assumere comportamenti a rischio e hanno maggiori probabilità rispetto alle donne di suicidarsi dopo la morte del coniuge.

Tutto parte da quei semplici “è roba da femmine” che forse ti sono stati detti quando eri ancora alla scuola elementare con i tuoi amichetti, può avertelo detto tuo padre, figlio di una cultura diversa, ma non ancora così lontana.

Da lì partono le strategie di evitamento più tipiche della sfera maschile.

La psicologa Judith Stillion ha approfondito in lungo e in largo questo concetto.

Sostiene infatti che durante l’infanzia ragazzi e ragazze ricevono diversi messaggi, che incidono profondamente sul modo in cui si addolorano. I maschi, secondo lei, ricevono quattro messaggi fondamentali su cosa significhi essere un uomo e cosa costituisca un comportamento maschile adeguato. Il primo passo, come accennavo, è sicuramente quello in cui ai ragazzi viene insegnato che gli uomini devono essere forti e stoici di fronte alle difficoltà e sono scoraggiati dall’esprimere la vulnerabilità, mentre vengono incoraggiati al contrario ad accettare il dolore senza lamentarsi.

Il secondo è che un uomo deve avere il controllo in ogni momento, essere autosufficiente e in grado di gestire qualsiasi situazione senza chiedere aiuto.

Il terzo messaggio è che un uomo deve proteggere e tenere al sicuro coloro che sono importanti per lui e non disturbarli mai con le proprie lotte interiori o preoccupazioni. L’ultimo è che un uomo deve essere sempre pronto a superare qualsiasi sfida senza paura.

Il risultato di tutti questi quattro forti messaggi, ai quali tutti noi siamo stati esposti, sono la minimizzazione e la razionalizzazione.

Continuare a riflettere senza sosta su un lutto, dirsi che va bene così, che doveva succedere, che la persona cara sta meglio dove si trova (qualunque sia il nostro credo) può di certo portare a conclusioni oggettive e accettabili, non dà tuttavia spazio alle emozioni di uscire.

Per questo ho voluto scrivere l’articolo che stai leggendo, se sei uomo per farti sapere che va bene piangere, essere tristi e che anche se la società non è del tutto pronta, non importa, gli uomini devono e possono vivere un lutto.

Anche perché le evidenze scientifiche sembrano suggerire che sia estremamente pericoloso per la salute non farlo.


Gli uomini in lutto, infatti, possono essere maggiormente a rischio di morte rispetto agli uomini della stessa età che non sono in lutto. Alcuni credono che ciò possa derivare dallo stress interiorizzato o dagli effetti di una cattiva cura di sé. Altri suggeriscono che gli uomini tendono ad avere reti sociali più piccole rispetto alle donne e una maggiore difficoltà a chiedere e accettare il supporto, rendendoli meno propensi a ricevere e più propensi a rifiutare l’incoraggiamento a dare priorità alla propria salute.

Non voglio essere presuntuoso, non voglio pensare di conoscere le storie di tutti, di capire le storie di tutti, di sapere cosa stai vivendo tu, cosa sta vivendo chi ti sta intorno, tuttavia se ti trovi accanto a un uomo che attraversa una fase di lutto ti chiedo di non sottovalutare quello che sta vivendo e di non dubitare della sua sofferenza anche se non è evidente in superficie. 

Un modo diverso di esprimersi non significa necessariamente una minor sofferenza (lasciando stare che non si può ovviamente quantificare).

Cosa fare accanto a un uomo in lutto

Possiamo sperare che i ragazzi della nascente generazione di uomini non siano spinti fin da piccoli nella braccia di una cultura repressiva che gli impedisca di esprimere le loro emozioni.

Guardandoci un po’ intorno, tuttavia, non sembra essere davvero la direzione che stiamo prendendo.

Cosa fare quindi quando un uomo a te caro sta soffrendo per un lutto?

Quando un uomo trova finalmente il coraggio di esprimere il groviglio di emozioni che sente, ci troviamo già di fianco a una specie di piccolo miracolo.

Il problema è che anche in quel contesto, la maggior parte delle volte, quello che gli viene posto davanti è un muro.

La maggior parte delle volte infatti le risposte che vengono date a un uomo che esprime la sua sofferenza sono

  • “fatti forza”;
  • “non piangere”;
  • “dai che sei una roccia”.

Quale effetto possono mai avere su un uomo se non quello di farlo ripiombare nello stereotipo di cui abbiamo parlato qualche riga fa?

Sembrano frasi incoraggianti, sicuramente nella maggior parte dei casi, pronunciate con le migliori intenzioni. Tuttavia il messaggio che passa è “sei un uomo, non fare queste cose da donne” e andando un passo più in profondità “tu non puoi soffrire”.

La negazione del diritto al lutto, anche in quei rari casi in cui la figura maschile si arrischia a esporsi, è un fenomeno piuttosto comune.

Tristezza, dolore, sconforto, solitudine, nostalgia, sofferenza… tutte queste emozioni represse vengono normalmente incanalate in un’unica direzione: la rabbia.

La rabbia, infatti, è l’unica emozione che viene spontaneamente attribuita agli uomini e proprio per questo probabilmente è la fase di elaborazione in cui rimangono bloccati più a lungo.

Il rischio però è quello di rimanere eternamente fermi in questa fase e non completare dunque il processo di elaborazione, ma bloccarsi in un punto fatto di rancore, rabbia e un legame silente, ma distruttivo, con il lutto appena vissuto.

Quando un uomo dunque cerca di parlarti del suo lutto la cosa migliore da fare è semplicemente accettare ciò che sta condividendo con te e non utilizzare frasi di incoraggiamento che possano spingerlo a ignorare ciò che sente o a essere forte.

E nel caso in cui non comunichi?

Sicuramente un passaggio importante è non accusarlo di non soffrire. Il dolore ha forme nascoste e impensabili e anche la voglia di rimanere al bar con gli amici fino a tardi può in realtà essere un modo di viverlo.

Di certo l’attacco o l’accusa non sono strumenti validi per ottenere quell’apertura della quale abbiamo parlato.

Un altro passaggio fondamentale è non pretendere una forma di dolore uguale al nostro.

Da qui nasce la comprensione, non è sempre necessario che ci siano pianti e condivisioni, ognuno ha il suo unico e straordinario modo di vivere il lutto.

Chiedere “come stai” è di certo un passaggio fondamentale, è una domanda che spaventa moltissimo chi sta accanto a una persona in fase di lutto, ma in molti casi è possibile che la persona non condivida per il semplice fatto che tutti sono troppo timorosi per chiedere.

Comprendo che non sia facile e che da certi punti di vista il lutto sia più difficile quando colpisce chi dovrebbe essere immune a qualsiasi cosa, ma trovare una strada, seppure anticonvenzionale e tortuosa per vivere il proprio dolore e aiutare gli altri a farlo è il mio personale obiettivo.

Per questo ho scritto un libro, Quel che resta è l’amore, dove ho concentrato 20 anni di esperienza nei servizi funebri, le mie ricerche in materia di lutto e il confronto con specialisti del settore.

Se tu o qualcuno al tuo fianco sta soffrendo per un lutto ti consiglio di prendere una copia qui: http://www.restalamore.com

Penso davvero possa esserti utile.

A presto

Andrea Cavallaro

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