A casa mia non si poteva piangere, ne avremmo assolutamente avuto motivo, ma piangere era come vietato.

O meglio, quando piangevi ti veniva dato un pacchetto standard con dentro un abbraccio e un “dai” e poi arrivava il disagio che provavamo un po’ tutti inevitabilmente davanti al dolore.

Ho sempre pensato, fino a poco tempo fa, che il mio dolore, la mia tristezza, il mio lutto, fossero di serie b, perché alla fine a casa c’era chi stava soffrendo più di me e che tutta la tristezza che provavo non aveva senso alla luce di quella di chi mi stava intorno.

Io avevo perso il nonno, ma la mamma aveva visto suo papà andarsene.

Io avevo perso il papà a un anno e mezzo, mia mamma suo marito, mio fratello un padre che aveva davvero conosciuto e mia nonna uno dei suoi figli.

La lista purtroppo va avanti ancora per un po’ e se uso un po’ di ironia per raccontare tutto questo ti chiedo di non giudicarmi male, è uno dei più validi strumenti che ho scovato contro la tristezza.

È così comunque che ho collezionato dolori enormi che sentivo nel petto, ma che non pensavo di non meritarmi.

È stato talmente complesso e difficile il percorso che mi ha portato a smantellare queste convinzioni che quando ho visto il tuo libro per la prima volta ho pensato che sarebbe stato completamente inutile. Io ci ho messo due anni e mezzo di percorso psicologico per arrivare da qualche parte, come potevano 200 pagine fare una grande differenza?

Ho capito quando ho letto l’ultima riga cosa fosse quel volume che avevo in mano. Quel che resta è l’amore è il libro che avrei voluto leggere quando avevo 22 anni e mi sentivo immensamente triste dopo l’ennesimo lutto di casa.

Per questo ti scrivo questa mail, che spero ti faccia piacere leggere, perché spero che altri possano trovare il conforto che vorrei dare alla me più giovane, per farla sentire un po’ meno sola, un po’ meno sbagliata.

Questo è l’inizio di una mail che ho ricevuto in cui questa ragazza racconta la sua esperienza personale, ho deciso di lasciarle questo spazio per raccontare ciò che ha vissuto. Ho avuto dei dubbi inizialmente, perché mi piace che i miei articoli siano utili e diano consigli pratici, ma poi ho pensato che se iniziassimo ad ascoltarci gli uni con gli altri e trovassimo il coraggio di raccontare ciò che sentiamo, forse questo grande tabù crollerebbe un colpo alla volta sotto i colpi della nostra empatia.

Ti lascio a Francesca e alle sue parole.

Sembra assurdo dire “meritarsi” il dolore, sembra un augurio che si fa a qualcuno che ci sta molto antipatico, ma la realtà è che è un diritto che va conquistato.

Chi prova a togliercelo? Come si chiama questo mostro che ci vieta di piangere? Purtroppo la maggior parte delle volte basta guardarsi allo specchio.

Ovviamente non mi sono svegliata un giorno pensando “tu non piangi cara, è inutile che mi guardi così, non piangi proprio”.

È un percorso un po’ più lungo, che nasce un pezzetto alla volta, una pressione sociale dopo l’altra.

Il mio è iniziato quando avevo un anno e mezzo, era gennaio quando il mio papà è venuto a mancare, ovviamente io non lo sapevo, non so nemmeno se si è vagamente senzienti a quell’età.

Questo è il primo lutto che mi sono negata, sono cresciuta pensando “vabbè, avevo un anno e mezzo, non lo conoscevo nemmeno, Davide, mio fratello, lui sì che deve soffrire”. Non è stato nemmeno d’aiuto il fatto che mamma non fosse proprio innamorata di Antonio, mio padre, e quindi in casa non si parlava mai di lui.

“Come vi siete conosciuti?”

“Era felice quando sono nata?”

“Voleva una femmina?”

Erano le domande che continuavo a porre a mamma mentre crescevo, ma nessuna risposta sembrava mai abbastanza, perché era come se avessi una pentola bucata nel petto e tutto quello che ci veniva messo usciva un pochino alla volta, lasciando nuovo spazio per nuove domande.

Inoltre mamma dopo poco tempo ha conosciuto una persona straordinaria che io ad oggi chiamo papà e, per quanto sia felice di averlo nella mia vita, per un po’ non ha fatto altro che alimentare la sensazione che io un padre ce l’avevo e che non avevo il diritto di essere triste.

Quindi ho pensato per anni che dovevo smetterla di fare la melodrammatica (cosa che peraltro faccio a volte) e andare avanti senza disturbare più di tanto, perché alla fine lo facevano tutti intorno a me.

Mio fratello andava avanti come se nulla fosse, mia nonna pure, gli zii, tutti sembravano essersi dimenticati di quel gigante con gli occhi verdi che aveva contribuito a mettermi al mondo.

Ho pensato anche io allora che era il caso di procedere e smetterla. Sono stata convinta di non aver subito chissà quale lutto finché, dopo anni e anni, lontana dalla casa dove non si possono versare lacrime, ho deciso di andare da una psicologa.

Nel tempo, infatti, molte altre cose delle quali ora magari un pochino ti parlo, mi si sono depositate nel petto e alla fine, quando ho iniziato a faticare a respirare e ho sentito il cuore battermi in gola, ho deciso che era il momento di parlare con qualcuno.

Sono andata lì dicendo “il mio corpo non mi risponde tanto bene e mi sento triste senza alcun motivo, ma non mi è successo nulla di che, non so perché sto così”.

Quando però per la prima volta ho nominato la morte del mio papà ho pianto così tanto che mi sono chiesta esattamente dove le tenessi quelle lacrime, c’era forse una bacinella speciale nascosta dentro di me?

Solo allora ho pensato che forse avevo sofferto anche io.

Poco dopo la morte di papà è venuto a mancare il fratello di mia mamma, zio Stefano, non ho grandi ricordi su di lui. Ho in mente questa scena in cui lui mi saluta dall’alto dell’ospedale e io mi nascondo dietro mio fratello imbarazzata. È stata l’ultimo volta che l’ho visto ed è stato una ferita in più per la mia mamma.

Sono state tutte queste stoccate a renderla così propensa a evitare le lacrime, come fosse un pugile molto bravo. Lei non piange, è una roccia inamovibile, o almeno questa è l’apparenza, ma io li vedo i suoi mostri e soprattutto ho visto cosa hanno fatto a me.

La mia psicologa dice che le energie di ognuno di noi sono limitate e che quindi se dobbiamo sopravvivere qualcosa va sacrificato.

È come avere un bagaglio con una capienza limitata. Non ci sta tutto quello che vorresti e qualcosa deve rimanere fuori. Il bagaglio di mia madre purtroppo era pieno di tristezza.

Non è giusto che questo accada, ma è normale che sia così.

Sono passati 6 anni e purtroppo in un weekend qualsiasi mio nonno è venuto a mancare. Ricordo che mi hanno mandato a Bergamo da alcuni parenti e che ho raccolto un mazzolino di fiori, pensando “lo darò a nonno quando torno”.

Quando ho varcato la soglia di casa, però, ho capito che non avrei mai più sentito la sua voce che urlava “Franciiiiii” dal salotto.

La nonna non ci ha messo troppo tempo a raggiungerlo, due anni dopo sono andata a trovarla una domenica, avevo 12 anni e per una serie di liti familiari ero l’unica ad andarla regolarmente a trovare. Quel giorno però l’ho trovata confusa, intenta a mangiarsi un piatto improbabile, composto da cozze, gorgonzola, mascarpone e prosciutto crudo.

Mi fa ancora ridere pensarci, un secondo prima che gli occhi mi si bagnino.

Sono tornata a casa dicendo che non stava bene, mamma è corsa lì e ha dovuto vedere con i suoi occhi la nonna andare via.

Nei giorni seguenti ognuno stava fermo in un posto diverso della casa. Chi in salotto, chi sulla poltrona, chi sul proprio letto, tutti in silenzio, nessuno diceva nulla.

Ma ancora una volta, non ero io la prima “vittima” di quei lutti, c’era chi veniva prima nella scala della sofferenza. Come se fosse il campionato di serie A e io non avessi i punti necessari per arrivare in Champions League.

È stato guardando la mia altra nonna che ho capito perché volevo parlare, quanto avessi bisogno di tirare fuori tutto, di raccontare delle sere nel mio letto in cui mi sono sentita sola, stupida, esagerata, melodrammatica, più debole degli altri.

È stato lì che ho compreso che volevo raccontare le cose, volevo dirlo che mi ricordavo ancora di quella volta che nonna mi aveva comprato una fetta di torta al ritorno da scuola. Volevo che qualcuno mi ascoltasse mentre parlavo di tutte le volte che una tristezza totalizzante mi aveva colto e avevo iniziato a piangere senza interruzione.

Vedi, mia nonna Luisa è di un’altra generazione, è un carrarmato che purtroppo ha visto troppe guerre.

Luisa ha perso 5 figli, 5 in più di quanti una mamma dovrebbe perderne durante la sua vita. Un genitore non dovrebbe seppellire i suoi ragazzi, lei lo ha fatto 5 volte.

Ho un amore infinito per mia nonna, ma ci ho messo 26 anni a costruire un rapporto con lei.

Questo perché i miei zii e il mio papà se ne sono andati tutti male, non voglio andare nel dettaglio, non penso interessi a qualcuno, ma credo sia importante sapere che questo l’ha fatta arrabbiare molto.

Solo che non voleva essere incazzata con loro, non poteva accettare che fosse colpa dei suoi bambini (e lo era purtroppo) e quindi si è arrabbiata con tutti gli altri. Si è arrabbiata con mia mamma per essersi rifatta una vita, si è arrabbiata con mia zia per essere andata in vacanza dopo la morte di suo marito.

Si è arrabbiata con tutti e tutti hanno iniziato ad allontanarsi e questo l’ha resa ancora più arrabbiata di prima. Quando andavo da lei quindi non faceva altro che dirmi cose brutte su tutti i miei cari, quelli rimasti qui e quelli che non c’erano più. Parlava male di tutti con la rabbia che solo chi ha perso 5 figli può sentire.

È stato guardarla consumarsi dalla rabbia che mi ha fatto capire che non volevo stare così, non volevo mandare via chi mi circondava perché non avevo pianto al momento giusto.

Non solo. Nonna, che ha la seconda elementare e un animo non noto per la sua empatia, un giorno mi ha detto, mentre piangevo disperata al culmine di una lite: “ma io lo so che hai sofferto anche tu”.

Erano 27 anni che aspettavo che qualcuno se ne accorgesse, che qualcuno mi prendesse in braccio e mi dicesse “va bene Fra, è tuo diritto, puoi piangere quanto vuoi, questi lutti sono anche tuoi e nessuno può toglierteli, non esiste una classifica della morte”.

Ed è questo che fa il tuo libro Andrea, dice alle persone quello che mia nonna mi ha detto quel giorno e che mi ha permesso di fare un salto in avanti e vivere meglio con quel groviglio scuro che ogni tanto sento ancora in pancia.

Ed è per questo che ti ho scritto questa mail che spero sinceramente porti qualcuno in più a conoscere Quel che resta è l’amore, perché abbiamo tutti bisogno di sentircelo dire, di parlarci, di raccontarci aneddoti, di pensare che possiamo essere immensamente tristi senza che questo sia una colpa o ci renda deboli.

Ed è questo che vorrei dire a chi legge queste righe, anche se non sono nessuno, ma ho solo il mio piccolo bagaglio di pianti: “piangi quanto vuoi, non andrà per forza tutto bene, ma hai diritto di soffrire quanto vuoi”.

Spero che le parole di Francesca possano esserti utili e che tu possa sentirti un po’ meno solo in questo momento di difficoltà. Nel caso tu voglia ascoltare il suo consiglio e comprare una copia del libro, ti metto qui la presentazione www.restalamore.com

Io continuerò a condividere questi articoli anche solo per una Francesca nel mondo.

Se vuoi raccontarmi la tua storia, sono certo che potrà aiutare qualcuno a sentirsi meglio e affrontare in modo più dolce il lutto.

A presto

Andrea 

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