Siamo stati tutti seduti sul divano con la testa bassa a fissare il pavimento, sdraiati a letto in posizione fetale o fermi davanti a un semaforo, pervasi da una sensazione di impotenza così forte da non riuscire ad essere cancellata.

Spesso l’idea che solo il giorno prima potevamo baciare e abbracciare qualcuno e a distanza di 24 ore dopo invece non ci rimangono che i ricordi ci ha stretto lo stomaco.

E sono piuttosto sicuro che tu, come me, come tutte le persone che in questi 20 anni ho visto separarsi da una persona cara, non hai desiderato altro che quella persona potesse rimanere ancora con te.

Nel ventunesimo secolo sembra tutto possibile, mandiamo razzi su Marte, uomini sulla Luna, satelliti in orbita, come può non essere possibile tenere stretto a noi qualcuno che amiamo tantissimo e che ci è stato portato via da un incidente o una malattia?

La scienza se l’è chiesto di recente e ha dato una risposta quanto mai controversa.

Poche settimane fa è stato pubblicato un video estremamente toccante sul tema e su quello che la realtà virtuale è in grado di creare.

Nel 2016 una donna sudcoreana, Jang, perde Nayeon, la figlia di appena sette anni, a causa di una malattia incurabile.

Non esiste un lutto peggiore di un altro, non faccio che ripeterlo all’interno dei miei articoli, ma quando si tratta di bambini così piccoli non si può fare a meno di sentire una stretta in più allo stomaco. 

3 anni dopo, nel 2019, la donna ha avuto l’occasione di interagire con una riproduzione virtuale della bambina e di parlare con lei come se fosse “realmente” lì.

Ho deciso di spendere delle parole su questa tematica perché, per quanto non possa fare a meno di rimanere sorpreso dai progressi dalla tecnologia, non posso che temere questo tipo di applicazioni.

Senza andare a cercare estremismi del genere, in realtà rimanere morbosamente attaccati al ricordo e non lasciare andare chi non c’è più è qualcosa che facciamo tutti ed è spesso una normale conseguenza di uno dei grossi problemi della nostra società: l’ignoranza in materia di lutto.

Prima di andare oltre su questa tematica, vorrei raccontarti cos’è successo in quel doloroso esperimento virtuale.

Jang, la protagonista dell’esperimento, indossa un casco virtuale e dei guanti con speciali sensori e lascia la nostra realtà per entrare completamente in un paesaggio naturale creato con l’aiuto del green screen.

Animata in 3D in maniera stupefacente, appare Nayeon, la bimba, ideata a partire da foto e video. E fino a qui non sembra nemmeno così incredibile, se non fosse che l’ologramma della bambina è assolutamente in grado di interagire con la mamma, certo con i limiti della tecnologia, ma le risponde, è in grado di farle domande e di interagire con lei.

Fuori dal green screen la famiglia, le due sorelle, il padre e altri parenti, osservano la scena fra le lacrime, pur essendo consapevoli di assistere a una riproduzione virtuale.

Il tutto però è così veritiero che anche la donna sembra completamente dimenticarsi della scomparsa di sua figlia e si comporta proprio come l’avesse davanti in quell’esatto momento. 

Ho vissuto un momento felice, il sogno che ho sempre voluto vivere. Era come fosse il paradiso.” Questo è quello che ha detto la donna al termine dell’esperimento e non c’è nessuno che possa darle torto, perché chi di noi non vorrebbe riabbracciare qualcuno che ha perso.

L’unico elemento mancante era solo e soltanto la parte fisica, la possibilità di toccare la persona persa.

Sono piuttosto certo che arriveremo anche a questo. Ci saranno corpi sempre più simili al nostro con comportamenti riprodotti alla perfezione e tratti del nostro carattere studiati sulla base di video e foto.

Potranno riprodurre tutto, dal modo di sorridere gentile di tuo zio, allo spiegazzare i baffi di tuo nonno, il modo di tua moglie di sistemarsi gli occhiali e tutti quei piccoli gesti che a volte non notiamo nemmeno, ma che ci fanno immediatamente riconoscere qualcuno senza che apra bocca.

Può essere questo un modo di affrontare un lutto?

I non esperti del settore affermano che la realtà virtuale sia già usata molto spesso per lavorare su emozioni e aiutare le persone a superare traumi e in questo caso non c’è alcuna differenza.

È solo un’altra utile implicazione che può aiutare.

Il pensiero però di chi si occupa di lutto e di traumi psicologici da molto tempo è tuttavia diverso.

Interrompere o posticipare il lutto

Ho già scritto in passato dei rischi del lutto posticipato, di come riconoscerlo e di cosa può comportare, se vuoi approfondire l’argomento o temi di rientrare nel caso citato, spero che andando qui https://www.restalamore.it/e-possibile-soffrire-per-un-lutto-dopo-8-anni-i-4-tipi-di-lutto-patologico/

tu possa trovare alcune risposte.

Tornando a noi, questo tipo di tecnologia non fa altro che “mettere in pausa” il lutto.

Vivere un’esperienza come quella della mamma sudcoreana, che a prima vista sembra positiva e riconciliante, come lei stessa afferma, può compromettere infatti un’ottimale risoluzione delle fasi di elaborazione del lutto.

Il senso del processo di elaborazione del lutto consiste proprio nell’accettare l’ineluttabilità della perdita.

Una delle cose più difficile è esattamente questa, accettare l’impossibilità di tornare a ieri, di rifare le cose di una volta insieme, di potersi toccare, abbracciare, di scambiare opinioni.

Il fatto che tutto ciò non possa mai più tornare indietro è estremamente difficile da accettare.

Continuare a sperimentare un contatto con chi non c’è più invece non fa altro che rallentare l’accettazione. È vero che si tratta di un’immagine, ma il nostro cervello fatica a categorizzarle in questo modo, interrompe dunque il suo percorso di accettazione e lo mette in standby.

Non solo, la dipendenza che inevitabilmente si sviluppa con la forma di tecnologia in questione non può ovviamente essere gratificante, è perennemente incompleta e non fa altro che farci volere di più.

Eugenia Kuyda qualche anno fa si è imbattuta in una scelta del genere quando all’improvviso, senza che nessuno se l’aspettasse, il suo migliore amico, Roman Mazurenko, è stato investito da una macchina.

La perdita di Roman era per lei insostenibile, avevano ancora troppe cose da dirsi, troppi progetti da condividere, troppa vita da portare avanti parallelamente e così ha deciso di non rassegnarsi alla sua scomparsa.

Ha fatto sviluppare un software nel quale caricare tutte le loro chat e che fosse in grado di elaborare risposte che potessero sembrare di Roman.

Dopodiché ha messo online la notizia, postandola sul suo account Facebook e soprattutto dando a tutti i più cari affetti di Roman la possibilità di parlarci.

Sembra l’inizio di una puntata di un telefilm, ma è il risultato invece di un lutto complesso che non trova spiegazioni, non trova pace e ragione di esistere e cerca un senso in più.

“Come stai?”

“Sto bene, un po’ giù. Spero tu non stia facendo nulla di interessante senza di me, vero?”

“Stanno succedendo un sacco di cose, la vita va avanti, ma tu ci manchi.”.

Questo è solo uno degli estratti delle chat con il bot di Roman che risponde.

Non voglio mancare di empatia o sembrare drastico in ciò che dico, comprendo il bisogno struggente di stabilire un contatto, ma questo tipo di opzioni non possono fare altro che straziare il cuore e allontanare il momento in cui sarai in pace con ciò che è successo.

Il primo passo per passare attraverso il lutto è dire addio nella maniera corretta

Negli ultimi anni sembra si stia relegando il funerale a un momento marginale, che è sempre più in secondo piano.

Forse perché il numero degli atei cresce e non si conoscono alternative non cattoliche alle celebrazioni tradizionali.

Forse perché, come sempre nel nostro paese, si sottovaluta l’importanza di un momento del genere e si preferisce andare avanti come se nulla fosse, mascherando il dolore e nascondendolo…

Non so precisamente quale sia la motivazione, so tuttavia i rischi che ciò comporta.

L’elaborazione del lutto infatti passa proprio dal funerale, che è un momento catartico nato per chi resta non per chi se ne va.

Sembra un concetto ovvio, ma non lo è affatto, infatti è proprio confondere il rito funebre con qualcosa creato per chi non c’è più è il primo passo per sottovalutarlo.

(Se stai leggendo questo articolo durante il lock down per l’emergenza Coronavirus ti sarai reso conto di quanto è difficile per chi perde un caro in questo periodo dover affrontare un lutto senza una cerimonia che onori il defunto e che sia di consolazione ai dolenti)

E dopo aver detto addio?

Una cerimonia funebre in cui salutiamo la persona a noi cara e le diciamo addio è il primissimo passo per riuscire a elaborare l’esperienza traumatica appena vissuta.

Il passaggio successivo è attraversare le fasi del lutto e viverle appieno senza cercare di seppellire sentimenti, reprimere emozioni o sforzarci in comportamenti che non sentiamo naturali in quel preciso momento.

Nel nostro paese, infatti, per molto molto tempo il lutto è stato un completo tabù, qualcosa di cui era impossibile parlare.

Davanti alla morte e alla sofferenza in generale ci troviamo spaesati, terrorizzati, incapaci di aprirci, imbarazzati a mostrare anche solo il più piccolo spiraglio di quello che abbiamo dentro.

È in un contesto del genere che invenzioni come la chatbot che imita le conversazioni con l’amico o la realtà virtuale intervengono.

Nessuna macchina infatti può giudicarci e troviamo allora un luogo dove quel dolore può avere sfogo senza che nessuno ci faccia sentire sbagliati per questo.

Non c’è giudizio, imbarazzo o difficoltà in una chatbot, non ce n’è nella realtà virtuale, non dovrebbe essercene nemmeno con i tuoi amici o con la tua famiglia.

Il primissimo passo quindi è eliminare quell’imbarazzo e quel disagio che magari a volte senti ancora nel rispondere alla domanda “come stai?”.

Va bene se non stai bene, è normale che tu non stia bene, non aver paura a dirlo e non pensare che tutti gli altri intorno a te riescano a gestire il dolore meglio e che tu sia debole.

Il lutto è un’esperienza strettamente personale e la cosa fondamentale è che tu la viva secondo le tue regole personali, senza limitarti da ipotetici giudizi o opinioni.

Se stai riscontrando difficoltà da questo punto di vista, ti sembra di essere bloccato, non compreso, non vicino a nessuno di coloro che ti sta intorno, allora forse ho qualcosa che può aiutarti.

Mi sono reso conto, infatti, nei miei oltre 20 anni di esperienza a contatto con il lutto, che chi sta vivendo questi momenti cerca sempre di mostrarsi sereno e contenuto.

Ho assistito a molti funerali in cui, un attimo dopo essere usciti dalla chiesa, si cancellavano le lacrime e si cercava di essere gentili con tutti in maniera composta.

Ho sentito le frasi sussurrate alle orecchie e gli “andrà tutto bene”, la verità è che non andrà tutto bene, almeno non subito, ma che pian pianino puoi riuscire a dare ai tuoi ricordi un valore immenso senza però continuare a vivere nel dolore.

Per aiutarti a farlo ho scritto un libro “Quel che resta è l’amore”, trovi QUI la sua descrizione. Ti consiglio di prenderne una copia e di leggerlo giorno dopo giorno senza fretta per cercare di comprendere meglio quello che ti sta succedendo e trovare un po’ di conforto.

A presto

Andrea

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