“Mio fratello maggiore è morto tre mesi fa. Aveva 19 anni e aveva assunto una dose eccessiva di eroina.

Ha lottato con la dipendenza per anni, facendo a pezzi la nostra famiglia nel processo.

Ogni volta che chiudo gli occhi, lo vedo nella bara. Il fatto è che l’ho odiato più profondamente di quanto abbia mai odiato nessuno. Terrorizzò me e mia madre, rubò i miei soldi e le mie medicine e rese la mia casa un posto in cui raramente mi sentivo al sicuro.

Ho spesso desiderato la sua morte, il che mi fa sentire il peggior essere umano sulla terra.

Non riesco a ricordare un momento in cui ho avuto una relazione con lui che non era costruita su bugie.

Eppure ho ancora dolori.

Mi sento in colpa per il mio dolore, come se non avessi il permesso di piangere perché ero crudele con lui e lo odiavo quando era vivo.

Non so cosa mi manca di lui o capire da dove provenga la mia tristezza. So che non esiste una “soluzione rapida” per il dolore, ma cosa dovrei fare? Mi sento perso e non ho idea di come aiutarmi”.

Queste sono le parole con cui inizia un articolo del New York Times in cui mi sono imbattuto in questi giorni nei miei studi.

Per quanto la situazione descritta sia assolutamente estrema e non comune, penso che in realtà tocchi tutti noi molto da vicino.

Il senso di colpa, infatti, è purtroppo uno dei sentimenti che più accompagna chi rimane qui

Siamo esseri umani e siamo imperfetti.

Commettiamo errori, ci feriamo, ci trattiamo male, siamo nervosi, irascibili e, spesso, egoisti.

Nel lungo processo della nostra vita, per quanto possiamo impegnarci, finiremo sempre, volenti o nolenti, a ferire le persone che ci stanno intorno.

Lo facciamo involontariamente e spesso senza sapere che non avremo modo di chiedere scusa.

Ancora più spesso senza sapere che c’è qualcosa per cui chiedere scusa.

A volte però la morte arriva all’improvviso, senza chiedere permesso, scusi, per favore e senza avvisarci di ciò che sta per succedere.

In quei casi ci troviamo davanti a una vita interrotta senza preavviso. Una vita verso la quale magari stavamo commettendo errori e abbiamo colpe da espiare.

Ed ecco quindi che nel difficile processo che la morte porta con sé ci troviamo davanti ad affrontare un passo ancora più doloroso: affrontare il senso di colpa.

Tutti noi, quindi, per riuscire a superare e sopportare il dolore di questo processo cadiamo in una trappola molto comune:

la santificazione di chi non c’è più

L’illusione più pericolosa che portiamo in giro quando si arriva alla morte è l’idea che non dovremmo mai parlare male dei morti. Cancelliamo i loro difetti e la loro condotta distruttiva.

Escludiamo il loro retaggio e li immaginiamo salire in paradiso o in qualsiasi versione del paradiso corrisponda alla nostra religione e al nostro credo.

In sostanza, noi viventi affrontiamo la nostra colpa conferendo santità ai morti.

So che non a tutti piacerà quello che sto scrivendo, che alcuni vorrebbero solo continuare a pensare il meglio di chi se ne è andato e non affrontare il difficile processo che un’elaborazione del lutto richiede.

So che sembra che stia sminuendo chi non c’è più e che inciti a vederne il lati negativi, ma non è così.

Questo passaggio, santificare chi se n’è andato, ci impedisce di compiere il più essenziale lavoro di lutto – perdonare i morti che ci abbandonano e perdonare noi stessi per rimanere in vita – fingendo che non ci sia nulla da perdonare.

Come puoi immaginare, non è possibile andare oltre quegli strazianti sensi di colpa che tutti noi proviamo, se non riusciamo ad affrontare questo processo.

Ma da cosa deriva il nostro senso di colpa?

Nelle parole che ti ho riportato all’inizio di questo articolo, come ti ho accennato, si parla di un caso estremo, quello di un fratello tossicodipendente e di una ragazza che sente di averlo odiato fino a sperare nella sua morte.

Non è necessario però avere una storia tanto complessa e dolorosa perché i sensi di colpa scavino uno spazio così profondo nel nostro animo.

Non conosco la tua storia, non so cosa provi tu, quale relazione ti legasse con chi hai perso e cosa porti dentro.

Tuttavia, se anche dovessi essere stato in una situazione idilliaca in cui non avevi nessun tipo di problema con chi è venuto a mancare, ci sono sempre e comunque due motivi che spingono chiunque a sentirsi in colpa.

Il primo è essere ancora vivo. Sopravvivere a chi non c’è più diventa per molti un motivo, seppur inconscio, di dolore, che si acuisce nel momento in cui andiamo avanti.

Ritornare a essere felici, infatti, è la seconda causa più forte di sensi di colpa.

Potremmo avvertirla mentre andiamo al ristorante in un posto particolarmente carino a mangiare e sorseggiando un calice di ottimo vino ci rendiamo conto di sorridere di nuovo dopo molto tempo.

Potremmo sentirne una fitta nel momento in cui, dopo aver perso il nostro partner, iniziamo a innamorarci nuovamente, seppure dopo molto tempo.

Chi ha sofferto del lutto di un figlio, potrebbe sentirsi profondamente in colpa, rimanendo incinta nuovamente.

Nel difficile momento storico in cui ti sto scrivendo poi, c’è un’altra causa di forza maggiore che potrebbe accentuare i sensi di colpa.

Le persone stanno morendo da sole

Purtroppo in questo periodo storico, per ovvie direttive, le persone stanno morendo da sole.

Non si può entrare in corsia, non si può dare un ultimo saluto, che sia in casa o in ospedale, genitori, mariti e mogli ci stanno lasciando giorno dopo giorno senza nessuno al loro fianco.

Razionalmente sappiamo tutti che non c’è colpa da imputare, di certo non a noi, ma la verità è che questo genere di situazione non fa che aumentare il senso di colpa che già caratterizza chi rimane qui a fare i conti con l’assenza.

L’idea che l’amore della nostra vita o chi ci ha messo al mondo non abbia avuto qualcuno che gli stringeva la mano mentre era solo e impaurito nelle corsie di un ospedale non può che ferirci e farci sentire in colpa.

Come dicevamo prima, i sensi di colpa derivano poi da infinite altre cose. Il tempo non trascorso insieme, la rabbia, le liti, tutto ciò che di sbagliato ci siamo detti o fatti.

Come si va avanti con quell’enorme peso nel petto? Di norma è il funerale con la sua tradizione antica e il suo potere esorcizzante a farci fare il primo passo.

Non si tratta di “andare avanti”, si tratta di “passare attraverso”, chi si occupa di lutto sa benissimo che non si può e non si deve dimenticare e buttarsi tutto alle spalle come tendiamo a fare, anzi, l’esperienza va vissuta nella sua interezza per evitare che lasci dolorosi solchi o strascichi in futuro.

Ora non possiamo piangere


Come forse sai però, ora non si può piangere, non ci si può abbracciare, non possiamo rimanere a fissare fermi una bara.

Le testimonianze di quanto questo sia straziante arrivano da ogni parte, inviate da famiglie e parenti di persone che lo stanno vivendo proprio ora:

Mio padre è morto di coronavirus la scorsa settimana e non sono sicuro di come piangere.

Nessun è potuto andare in ospedale e la mia famiglia non ha potuto dare l’ultimo addio, nemmeno al telefono. Pensiamo che sia morto da solo. Mia sorella ha pianificato un servizio, ma c’erano solo poche persone e tutti dovevano rimanere a distanza.

Sono andata a casa con l’autobus, saltando la sepoltura perché non ho la macchina e non volevo violare le regole. Non abbiamo potuto mangiare insieme, piangere insieme come una famiglia. Non abbiamo potuto condividere storie, risate e lacrime. In circostanze normali, avrei il mio lavoro al dettaglio a cui tornare, il che mi avrebbe aiutato a ritrovare un senso di normalità.

Quell’opzione non esiste ora. Come trovo la chiusura? Forse posso fare una videoconferenza, ma sembra così impersonale e incompleto.”

“Incompleto” è la parola chiave intorno alla quale si costruisce l’esperienza di molti lutti in questi giorni.

Cosa possiamo fare in questi casi?

Bisogna tornare indietro, eliminare le tradizioni che in questo momento ci sono impedite e comprendere il significato di un momento che abbiamo sempre vissuto in modo “automatico”.

Fino a ieri ci siamo trascinati ai funerali non comprendendo l’importanza dell’esperienza che stavamo vivendo.

Siamo entrati, abbiamo ascoltato la predica o quello che veniva detto, abbiamo pianto guardando la bara e pensando agli ultimi momenti che abbiamo condiviso con chi non c’era e abbiamo fissato il pavimento.

Abbiamo abbracciato chi ci stava intorno, abbiamo cenato con la nostra famiglia dopo aver visto la bara scendere sotto terra e abbiamo cercato di andare avanti.

Ora non abbiamo più le azioni e dobbiamo scavare un po’ per arrivare al significato di tutto questo.

Quello che ti consiglio di fare è cercare di condividere un momento con le persone care, anche se è solo una videochiamata o quello che la tecnologia ti consente di fare, è comunque un momento in cui celebri chi non c’è più.

Un’altra azione pratica che può aiutarti è quella di fare qualcosa che ti faccia sentire vicino a chi non c’è più e ti “costringa” a rivolgere a lui il tuo pensiero.

Puoi leggere un libro, ascoltare della musica che chi non c’è più amava, scrivere, guardare un film, cucinare un determinato piatto.

Qualsiasi cosa che ti faccia sentire vicino a chi se n’è andato e che ti spinga a rivolgere un pensiero senza cercare distrazioni per forza di cose.

Come forse sai, non sono uno psicologo, non è la mia professione, io lavoro da oltre 20 anni nei servizi funebri accanto a chi saluta un caro che va verso il suo ultimo viaggio.

Quelli che ti do sono dunque consigli pratici, derivanti dalla mia esperienza e dal mio confronto continuo con professionisti nel campo psicologico.

Non voglio di certo sostituirmi a un aiuto specializzato, il mio obiettivo, o meglio, la mia missione però è quella di abbattere quel muro di tabù che circonda il lutto.

Vorrei davvero riuscire a fare in modo che le persone parlino di quello che sentono e smettano di sentirsi sbagliati per il dolore che provano finendo a reprimerlo.

Purtroppo nel mondo, ma in particolar modo in questo paese è davvero difficile parlare di tematiche del genere. Questo mi ha spinto a scrivere “Quel che resta è l’amore”, il testo nel quale parlo di lutto e di come affrontarlo nella maniera più dolce possibile.

Se stai vivendo un momento difficile, penso ti possa essere utile leggerne la presentazione che trovi qui www.restalamore.com .

So che è una tematica che sembra difficile possa risolversi in un libro e infatti è così, ma è un primo inizio per affrontare il dolore che stai vivendo, o almeno questo è ciò che scrive chi l’ha letto.

Sono parole del genere che mi spingono ogni giorno a diffondere temi così delicati.

Spero possa esserti di conforto  www.restalamore.com

Andrea Cavallaro

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