È vero quello che dicono sul dolore: impari a viverlo. Trovi un modo per trasportarlo. A volte è un po’ folle il fatto che io provi così tanto dolore per te. Ti descrivo come l’amore della mia vita.

<<È morto.>>

È un ottimo modo per interrompere qualsiasi conversazione. La semplice verità è che non ho trovato un amore come il nostro nei 18 anni dalla tua morte.

Con la memoria sono tornata infinite volte al nostro primo incontro, quando tu e i tuoi amici mi siete venuti a prendere in un pomeriggio africano molto caldo e polveroso mentre aspettavo un autobus che sarebbe potuto arrivare o forse no.

Non riuscivo a credere che un passaggio a casa si fosse materializzato magicamente, e tutti voi siete rimasti un po’ sorpresi di trovare questa donna bianca con i piedi doloranti all’interno di un tranquillissimo negozio che vendeva da bere.


Mi sentivo così al sicuro.

Le ansie e le paure che avevo trattenuto per mesi sono diminuite nel tuo abbraccio, sono state calmate e messe a tacere mentre raccontavamo le nostre storie.

Ma nel mezzo di questo amore c’era una minaccia devastante. Le braccia che mi stringevano divennero troppo sottili giorno dopo giorno. Ho sentito i dottori dirti che avevi la tubercolosi e che avevi bisogno di un drenaggio polmonare al più presto.

Sono stata io a doverti dire che non si trattava solo di tubercolosi. Che era Aids. Hai alzato gli occhi al soffitto, hai sbattuto le palpebre e hai accettato silenziosamente qualsiasi combinazione di medicinali io potessi trovare per te.

La tua forza ha fatto in modo che rimanessi forte.

E nonostante la malattia, mi hai preso da terra quando sono crollata nelle prime fasi dell’infezione da HIV.

Siamo rimasti uno accanto all’altro quando tutti gli altri amici hanno iniziato a scivolare via. E siamo rimasti così fino a quando sono dovuto partire.

Niente più soldi, niente più lavoro per rimanere, niente più visti. Mi hai aiutato a fare le valigie e mi hai portato le scatole con le ultime forze.

Ti ho lasciato ed è stata la cosa più difficile che abbia mai fatto.

Ho scritto, ho chiamato, ho inviato vitamine. Sembrava tutto inutile e tu sei rimasto lì a lottare da solo.

Senza un trattamento adeguato, senza amici e senza di me.

Hai continuato a sbiadire e non ho potuto fare nulla. Sei morto sei mesi dopo, da solo in ospedale.

Quest’idea, di te, solo in un letto, mi ha perseguitato per un tempo infinitamente lungo.

Cerco di immaginarti con la barba grigia come è tuo fratello adesso.

Il dolore fisico che ho sentito per anni è passato, alla fine anche il senso di colpa è andato via. Il senso di colpa per essere sopravvissuta, per averti lasciato lì, per la tua morte in completa solitudine, per tutte le volte che non ti ho potuto tenere la mano.

La colpa per essere ancora qui, seppure con la stessa malattia, se solo anche tu avessi avuto un po’ più di tempo, un pizzico in più per resistere all’arrivo delle nuove medicine e rimanere al mio fianco…

A volte però penso che tu sia ancora con me. Nei momenti più difficili, mi piace pensare che tu sia qui.

So che sembro pazza, ma non mi interessa, mi aiuta e tanto basta. So di potermi innamorare di nuovo e spero che un giorno troverò qualcun altro con cui condividere le mie storie e la tua storia.

Ma anche in quel caso, non smetterò di amarti fino al mio ultimo respiro.

Queste sono le strazianti parole che una donna ha rivolto all’amore della sua vita, portato via dall’AIDS.

Perdere chi ami è una delle esperienze più strazianti che una persona possa provare sulla propria pelle.

Parlo di pelle e di dolore quasi fisico perché da molti la perdita dell’amore della propria vita è descritta proprio come la recisione di un arto. Un pezzo di noi che viene strappato via e trascinato chissà dove.

Perdere un coniuge può essere devastante, sia che la morte sia improvvisa o che segua una lunga malattia. Un giorno sei sposato, fidanzato o comunque condividi il tuo cuore con qualcuno; il giorno dopo sei single, solo e in lutto.

L’assenza e quel pugno nello stomaco che senti parte dalle cose più semplici, come trovarsi a preparare il caffè che la tua metà ti aveva sempre portato a letto, andare alle cene con gli amici ed essere l’unico che è da solo, cucinare per uno e sentire l’eco dei tuoi passi nella casa vuota.

Arriva però fino alle più complesse emozioni.

Sentirsi come spezzati. Esseri privi di una nostra interezza.

“È stato la mia vita quotidiana tutti i giorni e la mia anima per 28 anni, quindi sono così persa e a metà qui dove mi ha lasciato l’altra metà è con lui. Come posso vivere una vita che è morta? Perché io sono morta senza di lui?”

Questa domanda è stata posta su un famoso sito americano che tratta di tematiche legate a lutto e perdita.

L’immagine di essere due pezzi di una mela, di un puzzle o di qualsiasi altra cosa che si compone è spesso usata all’interno dei romanzi, dei film, persino Aldo Giovanni e Giacomo ne fanno uso.

“Metà dello stesso intero” può essere un concetto estremamente romantico quando si è insieme, ma altrettanto pericoloso e struggente quando l’intero perde una delle sue due parti.

Tutti i progetti che potevi avere in mente di portare avanti, tutti i sogni, tutti i viaggi in lista spariscono e ti trovi improvvisamente con te stesso, da solo, in una casa troppo grande piena solo e soltanto di ricordi.

Ma sono proprio loro in realtà a darci un grande aiuto, sono i ricordi che ci possono aiutare a passare attraverso questa esperienza.

Premetto una cosa, ho la fortuna di avere ancora l’amore della mia vita al mio fianco e non ho mai provato quanto sia doloroso perdere la persona con cui avevi scelto di camminare per le strade del mondo.

Ho visto però, nel corso della mia carriera nei servizi funebri, molte vedove e vedovi, e capisco il dolore che questo comporta.

Se hai letto altri articoli di questo blog, sai che non è mia abitudine dire quello che devi o non devi fare per affrontare il difficile momento che stai vivendo.

Per il semplice motivo che ognuno di noi vive il lutto nel suo personalissimo e intimo modo e non è un processo che può essere standardizzato in alcun modo.

Anzi, ci sono alcuni falsi miti sul lutto che vorrei sfatare qui con te.

Nella mia carriera mi sono infatti reso conto di due aspetti fondamentali che rendono difficile l’elaborazione del lutto:

  1. la difficoltà a parlarne con amici, parenti e con tutti coloro che ci circondano, dovuta ai tabù che la nostra società si porta dietro da anni e anni;
  • la tendenza a sentirsi “sbagliati”, a pensare di essere gli unici che provano quel dolore, sentirsi soli nella propria esperienza.

Per questo ripeto sempre che non esiste un “modo” per vivere il lutto, ma che voglio solo fornirti gli spunti e alcuni consigli per trovare la tua via verso un’elaborazione che sia meno dolorosa possibile, ma veniamo a noi e ai miti da sfatare.

Mito numero 1: le 5 fasi del lutto sono un processo lineare

Niente nella vita è una linea semplice, tantomeno la rielaborazione del lutto di qualcuno che hai amato e con cui volevi progettare il resto della tua vita.

Non è così infatti, non è detto che negazione, rabbia, negoziazione, depressione e accettazione arrivino così in sequenza, passino una dopo l’altra e se ne vado lasciandoti lì pronta e fresca per la tua nuova vita.

Potresti sentirti prima depressa che arrabbiata e via dicendo.

Mito numero 2: tutti viviamo tutte le fasi

Potresti non sentirti mai arrabbiato, mai depresso o non avere mai problemi di negazione.

Sei sbagliato? C’è qualcosa di errato in te? Non amavi abbastanza? Non ci tenevi quanto avresti dovuto? No, niente di tutto questo. Semplicemente non tutti attraversano tutte le fasi.

Mito numero 3: vivi ogni fase solo una volta

Sarebbe bello, lo so, pensare che tutta quella rabbia, tutta quella tristezza, tutto quel senso di impotenza arriveranno una volta sola. Una volta sola ti sentirai arrabbiato con il mondo per averti strappato via quello che amavi e una volta sola ti troverai a dover accettare una realtà che ti spezza il cuore.

La verità, purtroppo, è che non è così. Possiamo tornare in ogni fase molte volte e non c’è nulla di male in questo. Non significa che abbiamo fatto qualcosa di sbagliato o che siamo deboli o che non riusciamo a processare bene qualcosa.

È semplicemente che non c’è un manuale di istruzioni per vivere queste esperienze e non devi mai e poi pensare che stai sbagliando qualcosa.

Mito numero 4: devi avere esattamente quell’emozione in quella precisa fase

No. Ancora una volta, non siamo macchine, non siamo elettrodomestici con un manuale di istruzione.

La fase di rabbia non sarà piena solo di rabbia, la depressione contiene tristezza, disperazione, vuoto e desiderio.

Mito numero 5: dopo aver attraversato la fasi starai bene

Molti sentono di aver passato questo percorso, punto per punto e non si capacitano del fatto che si sentono comunque tristi.

Per di più molto spesso non sono aiutati dal fatto che chi li circonda non fa che dire cose come “è passato un anno ormai”, “dovresti rifarti una vita”, “lui non ti avrebbe voluto triste”.

Non importa quanto sia passato, hai il diritto di sentirti come ti senti e di condividere il tuo stato d’animo con chi ti circonda in qualsiasi momento.

Non esprimere ciò che senti o pensare che sia sbagliato e che ci sia qualcosa di errato in te rischia di trasformare la tua esperienza in un lutto complicato, che può portare anche danni alla tua salute ed è difficile da superare.

Ma soprattutto rischia di renderti difficile guardare al futuro e costruirlo. La dimensione del “domani”, infatti, diventa spesso impossibile da elaborare per chi perde la metà del suo cuore.

In particolare perché nel momento in cui ci troviamo a essere di nuovo felici, magari conosciamo qualcuno che ci piace e pensiamo di uscire con lui, di riprovare a essere felice.

Ecco, in quel momento capita spesso che i sensi di colpa ci attanaglino e ci facciano pensare che andare avanti significa che abbiamo dimenticato, che non abbiamo amato abbastanza.

Riiniziare a vivere e provare a essere felice non significa tradire la memoria di chi abbiamo perso.

Non a caso, negli ultimi anni è stata introdotta una sesta fase del lutto: “il ricordo”.

Pensare che chi abbiamo amato vive con noi, nelle cose che ci ha insegnato, nella nostra memoria, nella persona che siamo diventati con e grazie a lui è un modo molto bello, a parer mio, di proseguire la nostra strada.

Se in questo momento hai perso l’amore della tua vita, che foste insieme da 1, 2 o 50 anni non conta, so che stai vivendo un momento difficile e so che un articolo di un blog non può certo darti il sollievo che vorresti.

Non è il motivo per cui mese dopo mese scrivo gli articoli che hai letto, lo faccio per cercare di portare alla luce temi dei quali raramente sentiamo parlare e che rimangono nascosti sotto un tappeto nel nostro paese.

È lo stesso motivo per cui ho scritto “Quel che resta è l’amore”, il libro in cui spiego perché nel mondo, ma in Italia ancora di più, è difficile parlare di lutto e la maggior parte delle persone non riesce a elaborare il proprio.

Se anche tu o un tuo caro state vivendo un momento del genere ti consiglio di andare su www.restalamore.com per acquistarne una copia.

È un libro ovviamente, non un percorso terapeutico con un professionista, ma credo fermamente sia il primo passo per eliminare qualche tabù dal nostro paese e aiutare le persone a parlare liberamente di ciò che stanno vivendo.

Su www.restalamore.com trovi la presentazione del testo che spero leggerai.

Andrea

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