A circa due anni dal primo lockdown, gli psicologi stanno tirando le somme su quanto la pandemia abbia contribuito a creare una nuova realtà, segnata dal dolore e dalla perdita. Abbiamo sperimentato una sorta di vita sospesa, in cui tutto si è fermato: matrimoni, riunioni, eventi, viaggi e concerti sono stati cancellati dal virus, e per lungo tempo non abbiamo potuto celebrare degnamente nemmeno i funerali.

Il Covid 19 ci ha costretto a vivere in modo diverso il dolore individuale così come quello collettivo e a confrontarci con un futuro incerto e incontrollabile.

La situazione ha influito anche sul modo in cui viviamo la perdita di una persona amata. In circostanze normali siamo soliti rivolgerci agli altri per avere un supporto e condividere il lutto, ma questo non è stato possibile. A causa dell’emergenza sanitaria, per lungo tempo le persone non hanno avuto modo di riunirsi in occasione dei funerali e non hanno potuto portare avanti alcune tradizioni che alleviano la sofferenza.

Queste possono essere diverse a seconda della cultura, della fede o delle abitudini di ciascuno, ma sono accomunate dalla voglia di celebrare la vita di chi è andato via, e offrire supporto pratico ed emotivo a coloro che sono in lutto. Per esempio alcuni sono soliti visitare luoghi significativi per il defunto, riunirsi con la famiglia per una cena in cui condividere aneddoti e ricordi, oppure fare un viaggio per la semplice esigenza di allontanarsi per un po’ da una casa piena di ricordi dolorosi. Queste come altre attività sono state impossibili durante la pandemia, e in tanti si sono sentiti schiacciati dal lutto.

Il tutto si è sommato all’interruzione della normale routine quotidiana, acuendo il senso di disagio e di tristezza e sommando il dolore della perdita a quello della scomparsa delle nostre certezze. Abbiamo sentito la mancanza anche delle attività più banali, che per tanti sono un rifugio durante il lutto, perché aiutano a non pensare troppo.

Inoltre tante persone sono state costrette ad affrontare il lutto anticipatorio. Si tratta di un tipo di dolore che si vive prima di una perdita, quando una persona cara ha una malattia prolungata e ci si prepara a dirle addio. Durante la pandemia tanti hanno provato rabbia e paura, senso di isolamento e tristezza sapendo che una persona amata era in ospedale, con poche possibilità di guarire, e che a causa delle restrizioni non avrebbero avuto nemmeno il conforto di una visita e di un ultimo saluto.

Forse è capitato anche a te di vivere questa situazione di recente. Se hai perso qualcuno senza poterlo salutare come avresti voluto, forse stai provando una sensazione di incompiutezza che non ti aiuta ad attraversare il lutto. Voglio rassicurarti perché non sei il solo a sentirti così, purtroppo si è trattato di una problematica universalmente diffusa e tantissime persone in ogni parte del mondo hanno sperimentato la stessa difficoltà.

In tanti hanno inoltre avuto la sensazione che la morte della persona cara sia stata archiviata troppo rapidamente, rammaricandosi di non aver avuto il tempo per razionalizzare l’accaduto. Se la causa della morte è collegata al virus, poi, tante persone hanno sofferto al pensiero che il nome del loro caro, la sua vita e le sue qualità siano stati ridotti a un semplice numero, legato alla statistica dei decessi.

Molti psicologi sono perciò concordi nel dire che in questi due anni il percorso di elaborazione della perdita si è fatto più complicato.

Forse avrai sentito parlare delle cinque fasi dell’elaborazione del lutto (negazione, rabbia, contrattazione, depressione e accettazione) formulate nel 1969 dalla psichiatra svizzera Elizabeth Kübler Ross. Oggi gli studiosi parlano di una sesta fase, provocata dalla concomitanza della morte di un proprio caro con la perdita della normalità, di opportunità lavorative e di occasioni sociali. Si basa sulla ricerca di un significato, che porta all’interruzione del proprio stile di vita, una sorta di tabula rasa in cui le persone che soffrono sono spinte a tagliare i ponti con il passato. Si trasferiscono in un’altra città, cambiano  lavoro, divorziano, mettono in discussione amicizie, relazioni familiari, scelte di vita.

Insomma il lutto diventa la molla che porta a fare cambiamenti, nel più drastico dei modi.

Lo racconta così la scrittrice Ruth Reader: “Mia madre è morta di cancro quando avevo 25 anni. Gli ultimi sei mesi della sua vita sono stati contemporaneamente fugaci e terribilmente lunghi. I bei giorni si sono chiusi in un attimo, come l’otturatore di una macchina fotografica. I brutti giorni  invece erano lunghi come mesi. Quando è morta era prigioniera in ospedale da settimane. Mi sentivo impotente perché il dottore si rifiutava di rispondere alle mie telefonate e perché alla malattia non importava quello che volevo io.

Poi sono arrivate le domande. Cosa significa tutto questo? Cosa farò per il resto della mia vita? Per trovare le risposte ho lasciato il mio lavoro, ho interrotto tutti i rapporti e sono tornata a casa, a New York, un luogo che per me era allo stesso tempo familiare e completamente nuovo. Stavo ricominciando da capo, o qualcosa del genere. La verità è che non sapevo davvero cosa stavo facendo. Volevo solo ricominciare.”

Queste righe riassumono bene la ricerca di una nuova dimensione in cui vivere il lutto in modo diverso, staccandosi dalla routine, dai luoghi noti e da tutto ciò che apparteneva alla “vecchia” vita. Questo bisogno di cambiamento è sempre esistito, ma con la pandemia si è acuito ancora di più, perché molte persone stanno sperimentando quello che viene chiamato “languishing”.

È un termine inglese adottato dal sociologo e psicologo Corey Keyes e che in lingua italiana può essere tradotto come “languire”. Si colloca a metà tra il benessere e il disagio psicologico ed è una sorta di senso di rassegnazione e tendenza alla rinuncia, tipico di chi mostra bassi livelli di benessere. La reazione a questo sentimento, acuito ancora di più dal dolore per la perdita di una persona cara, sembra essere per molte persone il cambiamento drastico.

Secondo David Kessler, esperto di lutto, coautore di diversi libri insieme a Elizabeth Kübler Ross e autore di “Finding Meaning: The Sixth Stage of Grief” (Trovare un senso: il sesto stadio del lutto), questa fase è brutale e gratificante insieme. Il suo consiglio è quello di andare piano, senza affrettare questa metamorfosi né correre ad attuare grandi stravolgimenti della vita.

Fare scelte estreme, facendosi guidare dal dolore, non è saggio e non aiuta a passare attraverso il lutto in modo sereno, perché ci si aggrappa a questa voglia di cambiamento, pensando di poter lasciare la sofferenza nella vecchia casa o nella vecchia città. Per scoprire poi di aver portato il dolore con sé.

Perciò va bene se hai voglia di chiudere con il tuo passato, ma cerca di essere indulgente con te stesso e non forzarti a cambiamenti troppo repentini. Ricorda che stai vivendo un momento delicato, in un particolare periodo storico, che rende ancora più difficile affrontare una perdita e comunicare il proprio dolore in modo adeguato.

Potresti essere circondato da persone che invece incoraggiano questo tuo desiderio di tagliare i ponti con tutto. Questo perché noi italiani viviamo in un contesto sociale in cui la sofferenza non viene vista di buon occhio.

Forse sarà capitato anche a te di sentirti dire che devi reagire, che devi andare avanti e che devi rifarti una vita. Ecco, queste frasi, anche se pronunciate con affetto da persone che ti vogliono bene, sono la prova che qui in Italia siamo ancora molto indietro per quanto riguarda il diritto di esprimere il nostro dolore nel modo che ci è più congeniale. Siamo ancorati a un antico retaggio culturale in cui piangere e soffrire sono sinonimi di debolezza, e certamente questo non aiuta.

Di conseguenza è più semplice consigliare a qualcuno di cambiare aria, perché questo significa anche allontanare le sue manifestazioni di dolore, considerate “sbagliate”. Un tabù che si sposa anche troppo bene con il desiderio di fuggire di chi sta soffrendo, e che può portare a scelte sbagliate.

Voglio dirti questo: qualunque sia il modo in cui stai affrontando questo difficile momento, è quello giusto e non dovresti lasciare che “consigli” esterni ti facciano credere il contrario.

La mia esperienza al fianco di tante persone che hanno perso un loro caro mi ha insegnato che ognuno ha il suo modo di vivere il lutto. C’è chi ha bisogno di parlarne, di mostrare il proprio dolore agli altri, di condividere i ricordi, di piangere. E c’è invece chi preferisce chiudersi in se stesso, sforzarsi di continuare la vita di prima, evitare la compagnia degli altri familiari che stanno soffrendo e tutti i discorsi e le attività che fanno pensare al defunto.

Datti tempo per capire cosa va bene per te, se assecondare il desiderio di cambiamento o aspettare che la pena si faccia un po’ più leggera, per poter scegliere la strada giusta. Nel frattempo, se può esserti di conforto, vorrei farti leggere il mio libro, che credo possa essere un compagno fidato per aiutarti a vivere il lutto in modo più dolce.

Si intitola “Quel che resta è l’amore” e raccoglie tutto ciò che la mia esperienza professionale e i miei studi sulla psicologia del lutto mi hanno insegnato. Se vuoi, trovi la presentazione qui.

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