Ascoltami, mi devi ascoltare molto attentamente. Sono su un aereo. È stato dirottato. Ti amo tanto. Di’ ai miei figli che li amo tanto

Questo è uno delle migliaia di messaggi e conversazioni telefoniche che sono stati inviati ed effettuati l’11 settembre del 2001.

Il giorno in cui i due aerei si sono schiantati nelle torri gemelle facendole implodere verso il suolo e provocando la morte di migliaia di persone.

Quelle chiamate e quei messaggi, registrati e inviati nelle ore che hanno spezzato una nazione, sono tutti messaggi d’amore:

“I miei unici pensieri sono per Nicholas, Ian e te” si legge in un sms inviato da uno dei protagonisti della giornata, e ancora…

“Sono terrorizzata. Ho bisogno di dirti quanto veramente ti ami. Diane”

Non solo chi si ama ed era felice, non solo chi aveva una famiglia e voleva condividere con lei un ultimo pezzetto del suo cuore, ma anche chi era ferito e deluso ha lasciato messaggi d’amore.

“So che hai una relazione nuova e non ti importa più nulla di me, ma nonostante quello che possa accadere oggi sappi che ti amo”

Non c’è nessuno che a un passo dalla fine abbia scritto messaggi di odio, rancore o fatica, non c’è posto quando sei a un passo dalla morte per qualcosa che possa avvelenare il tuo cuore o, in generale, il tuo ricordo.

È un caso limite, è ovvio, la maggior parte delle volte non ci sono aerei che si schiantano, o telegiornali che parlano per mesi e mesi di quello che tu stai vivendo, la morte di chi ti sta accanto non è su tutte le pagine dei quotidiani e non desta scalpore, passa in sordina, ma ciò non ne cambia la natura.

L’11 settembre chi se ne stava andando ha lasciato le sue ultime parole d’amore a chi sarebbe rimasto qui a fare i conti con il dolore.

Può sembrare una situazione “particolare”, un momento “diverso”, ma la verità è ciò che è successo l’11 settembre avviene sempre.

Il protagonista della morte è chi se ne va, ma noi che rimaniamo ne subiamo le vere conseguenze.

Non voglio entrare nel merito di questioni religiose, di chi pensa che dopo ci sia qualcosa e di chi invece crede in un meno consolatorio “nulla eterno”, mi sto semplicemente riferendo alla drammatica quotidianità di chi si sveglia la mattina senza il suo consueto messaggio, la sua consueta telefonata, senza il caffè del buongiorno, senza quel bacio che per anni lo ha accompagnato.

Sono a contatto con la morte, l’assenza e il dolore da ormai 20 anni e c’è un aspetto che mi ha sempre molto colpito: l’invisibilità di chi rimane.

Se hai perso qualcuno o stai affrontando ora la possibile perdita di qualcuno all’interno della tua vita, ti sarai già reso conto di quello che sto scrivendo, o forse, molto più probabilmente, lo hai vissuto senza fermarti a rifletterci sopra, lo hai lasciato scorrere al tuo fianco senza porti troppe domande.

Chi se ne va dice le sue ultime parole, esprime un’ultima volta l’amore, l’affetto e tutti i sentimenti che sente premere nel suo cuore.

Chi se ne va lascia lettere, scrive articoli, mail, romanzi a volte, in cui saluta, chiude la porta avvisando che sta andando via, e dà un ultimo bacio.

Lascia insomma una sorta di testamento emotivo, ovviamente nel caso in cui sia consapevole di ciò che gli sta avvenendo, che rimbombi nel cuore di chi rimane.

“Le sue ultime parole”, “le sue ultime volontà” sono espressioni che ben conosciamo, ma che racchiudono da sempre un problema, come dicevo qualche riga fa, ossia l’invisibilità di chi rimane.

I cari di chi se ne sta andando sono come “muti”. Pensaci bene, hai davvero detto tutto ciò che avresti voluto a tua madre? Al tuo papà? A tua nonna? Moglie, marito e figlio?

Anche se sapevi che si sarebbero spenti in un letto di ospedale, gli hai forse detto quello che premeva sul tuo cuore?

La risposta la maggior parte delle volte è no, e ciò avviene per due principali motivi.

Sull’importanza di comunicare quello che senti in un momento di lutto anticipato ho scritto un intero capitolo del mio libro, del quale trovi una presentazione qui.

Se sei nel difficile momento in cui stai perdendo qualcuno ti consiglio di leggerla.

Dicevamo, quindi, che ci sono due principali motivi per i quali rimani in silenzio pur avendo un vero e proprio mare di parole che ti pesa sullo stomaco.

Il primo motivo è che non senti di essere tu il protagonista, non sei tu che stai soffrendo, non sei tu che hai una malattia terminale, non sei tu su quel letto di ospedale con flebo che ti entrano nel braccio e le forze che ti abbandonano.

Chi se ne sta andando spesso sente la pressione di un mondo che gli scivola via dalle mani e del tempo che va esaurendosi alla velocità della luce, è normale dunque che voglia lasciare le sue parole e regalarle a chi rimarrà di qua.

Tu invece non vuoi appesantire il suo spirito con ciò che ti tormenta, con le tue ultime parole, con quel ricordo che vorresti condividere, con un’emozione che ti sta travolgendo, ma che devi aver cura di seppellire per bene per non gravare sulle spalle del tuo caro.

Il secondo motivo, probabilmente ancora più problematico, è che noi italiani non vogliamo sentir parlare di morte, non sappiamo vivere con il dolore, non sappiamo cosa dire e come comportarci, siamo persone abituate a tenere il “buio” e tutte le sue sfumature più chiare, ma comunque negative secondo la società, nascoste da qualche parte.

Per alcuni motivi che trovano le loro radici nella nostra storia e che ho spiegato nel dettaglio nel mio libro, “Quel che resta è l’amore”, noi italiani non sappiamo soffrire, ci vergogniamo davanti al dolore, siamo imbarazzati dalla tristezza e tutto quello che vogliamo è andare avanti e far tornare il sorriso alle persone, fingendo che nulla stia accadendo.

Ho visto questo negazionismo arrivare ad un livello estremo in alcune occasioni.

C’è un caso che non dimenticherò mai e poi mai in cui la scelta di mettere a tacere e far finta di nulla ha prevalso su tutto.

Prima di raccontarti la storia che mi ha colpito moltissimo qualche anno fa, voglio specificare una cosa: non c’è giudizio nelle mie parole. Non c’è un modo giusto e uno sbagliato di vivere il dolore, non c’è chi è capace e chi no, ognuno ha il diritto di assecondare ciò che sente.

L’unica cosa che vorrei davvero è che tutti, appunto, facessero ciò che davvero vogliono e che possa aiutarli nel tempo ad andare avanti senza sottovalutare mai l’entità di quello che stanno vivendo.

Aveva circa 50 anni, gli occhi azzurri e i capelli rossi tinti, anche gli occhi in realtà erano rossi e gonfi di lacrime. Aveva appena perso suo marito che però non sapeva di essere sul punto di andarsene.

So che sembra una storia assurda, ma lei per 2 anni non aveva fatto altro che nascondere all’amore della sua vita che la sua malattia non sarebbe mai passata e che lui non sarebbe mai e poi mai guarito.

Avevano fatto vacanze, vissuto domeniche in famiglia e sabati mattina sul divano di casa senza che lei gli dicesse come stavano le cose.

Sembra una storia incredibile di questi tempi, me ne rendo conto, ma, come Marisa mi ha raccontato, lui non era un grande amante di dottori, cartelle e cose del genere e aveva sempre lasciato fosse lei a parlare con loro.

2 anni prima del loro ultimo giorno insieme, quindi, lei si era ritrovata all’improvviso davanti a una scelta: dirgli cosa stava accadendo o fare finta di nulla e vivere al meglio i 730 giorni insieme che rimanevano.

Non ci mise molto a decidere, aveva paura di tutti gli sguardi tristi che si sarebbero scambiati, aveva paura di trovarlo davanti alla finestra del salotto a guardare nel vuoto. Aveva paura di immaginare la natura dei pensieri che gli avrebbero attraversato la mente e quindi decise di far ricadere tutto su di sé e di essere l’unica (quasi fino alla fine) a sapere ciò che realmente sarebbe accaduto.

Era stata “contenta”, passami il termine, della sua scelta fino all’ultimo, aveva ringraziato per ogni bagno in mare fatto insieme, di ogni gita fuori porta, di ogni spaghetto allo scoglio mangiato (era il suo piatto preferito), di ogni volta che aveva cucinato la parmigiana mentre lui, sempre troppo stanco, girava svogliatamente la Gazzetta dello Sport sul divano.

Era felice di ogni giornata di shopping e di ogni bacio rubato al tempo che stava scorrendo inesorabile. Era stato un peso difficile da sostenere, un macigno sul petto che era valso però ogni minuto insieme.

Il problema era esploso quando Francesco si era spento in un venerdì notte, poche ore dopo la visita dei suoi nipoti. Era lì che si era accorta di avere ancora una lista infinita di cose da dire, in quel momento si era resa conto che, nonostante gli avesse detto ti amo ogni giorno negli ultimi 30 anni, uno le era rimasto incastrato in gola.

Pensi che il periodo più bello sia quando sei giovane, ma noi non siamo mai stati tanto felici come a 50 anni, è andato via nei nostri anni migliori”.

C’erano talmente tante “cose” rimaste in bocca a Marisa che da questa frase scaturì un fiume in piena, un racconto di quei due anni infernali.

Mi raccontò di quando Francesco le aveva detto, davanti alla sua nipote preferita, che usciti dall’ospedale sarebbero andati a provare un ristorante giapponese nuovo del quale aveva tanto sentito parlare e di come il suo cuore si fosse crepato nel sentirlo fare riferimento a un futuro che lei sapeva non esistere.

Di tutte le volte in cui lei gli aveva fatto vedere le piastrelle nuove di un bagno che non avrebbe mai visto, mostrandogli poi il doccino ultratecnologico che aveva acquistato.

Marisa aveva scelto di far vivere a lui dei mesi sereni e felice senza l’ombra della malattia a fargli compagnia, non voglio sentenziare su quanto sia stata o meno corretta questa scelta nei confronti di Francesco.

Ripeto: non c’è alcun giudizio da parte mia sulla scelta di Marisa.

Personalmente non la condivido, ma chi è davvero in grado di dire cosa è giusto e cosa non lo è in situazioni come queste?

Voglio solo soffermarmi sul fatto che lei abbia messo la sua felicità davanti a tutto, tenendo per sé una quantità di pensieri tristi e felici che le sono rimasti addosso ad opprimerla.

La domanda che potrebbe venirti spontanea in questo momento se stai vivendo una situazione simile è “quindi cosa faccio? Cosa dico?”.

Avrai capito che la mia posizione è quella di parlare, di comunicare con chi se ne sta andando cercando di mettere sul tavolo quello che senti, i dubbi e le paure.

Questo ti metterà al riparo dalle domande che, volente o nolente, non potranno fare altro che opprimerti come un peso sul petto quando non ci sarà più chi ti può dare risposta.

Ovviamente non è possibile in un semplice articolo sviscerare l’argomento nella sua interezza. Ho dato però una risposta più esaustiva alle domande “cosa dico? Come lo dico? Posso dirlo?” nel mio libro “Quel che resta è l’amore”.

Ho cercato di dare una linea guida, un percorso da seguire in quel difficile periodo della vita che stai vivendo o che ti aspetta fra poco. Non troverai una verità definitiva, perché ognuno vive il lutto a modo suo e non voglio di certo insegnarti come soffrire.

Troverai però un sentiero per aiutarti a esprimere il tuo dolore e vivere nella maniera meno gravosa possibile i giorni che verranno.

Se decidi di darmi fiducia, qui trovi la pagina di presentazione del libro. Puoi leggerla oggi stesso, spero che tu lo faccia: https://restalamore.com/

Andrea Cavallaro

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