Questa frase rimarrà per sempre scolpita nei ricordi di Luana, che non è affatto matta, ma che, da quando si è ammalato suo marito, non si sente compresa da nessuno, neanche dai suoi figli.

Luana è una casalinga che aveva tutto il piacere di prendersi cura della casa e della famiglia. Viveva felice, grazie al suo continuo impegno nelle piccole e grandi cose, spesso anteponendo il bene dei figli e del marito al suo.

Era un piacere per lei preparare la colazione, accogliere marito e figli che tornavano a casa a fine giornata e sostenerli con gioia nelle loro avventure quotidiane. Era la colonna portante di una famiglia ordinata e serena, e tutti gliene rendevano merito.

Poi, un brutto giorno, è arrivata la notizia della malattia. Suo marito aveva un tumore all’intestino che aveva disseminato metastasi ovunque. L’aspettativa di vita di suo marito non l’avrebbe portato neanche a passare un altro Natale in famiglia.

Luana era totalmente fuori di sé. Passava tutti i giorni a piangere. In ogni momento, per ogni cosa che vedeva o che le veniva detta: tutto la faceva pensare a quella dannata malattia.

Un giorno è arrivata persino a camminare per casa, lei che è alta meno di un metro e sessanta, vestita con un completo da uomo alto almeno 30 cm più di lei.

«Smettila di andare in giro per casa con i vestiti di papà, sembri matta!», le hanno detto, preoccupati, i suoi figli.

Nessuno riusciva a capirla e non sapeva con chi parlarne perché ogni volta che ha tentato di aprirsi con qualcuno ha incontrato un muro di freddezza: “ma non è ancora morto”, “magari riuscirà a guarire”, e altre frasi che non facevano altro che creare distanza.

Lei sapeva che non ce l’avrebbe fatta. I medici erano stati molto chiari.

Il giorno in cui i figli le hanno fatto togliere i vestiti del marito, si è messa i pantaloni della tuta e non li ha cambiati per 15 giorni. Questa notizia l’aveva sconvolta emotivamente, riusciva ad uscire di casa solo per andare in ospedale. Inoltre, come se non bastasse il dolore che provava al pensiero di poter abbracciare suo marito ancora per poche settimane e non fino a 90 anni come si erano promessi, doveva fare anche i conti con questa tremenda sensazione di non essere compresa da nessuno: neanche in casa sua. Ma non è forse normale soffrire anche solo al pensiero che chi amiamo ci stia per lasciare? Stava forse davvero diventando matta?

Reazioni normali a notizie catastrofiche

Assolutamente no.

Luana era (ed è) perfettamente sana, innamorata e giustamente sconvolta.

Ricevere la notizia che chi amiamo si è ammalato gravemente e sta per andarsene, ha un impatto sulla nostra vita non lontano da quello della morte stessa.

Solo che solo chi ci è passato può capirlo.

Visti da fuori, i comportamenti che ho descritto, sembrano i passi iniziali di persone che stanno perdendo la lucidità. Il pensiero “ma è ancora vivo” annienta ogni possibile forma di empatia, spesso anche in persone a noi vicine. Eppure non c’è niente di folle in questo dolore.

Lutto Anticipato: La cruda verità.

Anche se ben diverso dal dolore che si prova dopo un decesso, il lutto anticipato presenta molti dei sintomi del lutto “classico”: tristezza, rabbia, isolamento, noncuranza e depressione.  Siamo coscienti della morte imminente e di doverla accettare a tempo debito – il che può creare un’ansia ingestibile – e non solo: soffriamo anche per la perdita di indipendenza, di capacità, di cognizione di questa persona, piangiamo la perdita delle speranze, dei sogni, della stabilità e della sicurezza, piangiamo la perdita dell’identità dei nostri cari così come della nostra, piangiamo tante altre perdite. Io trovo assurdo che in Italia si parli così poco del lutto anticipato, quando ha un impatto così grande sulle nostre vite.

Quando dei familiari vengono in ditta a parlare con me, le loro storie e il loro tono emotivo  ben mostrano i segni che il lutto anticipato gli ha lasciato.

Spesso le persone sono in uno stato di allerta costante, e basta che suoni il telefono per mandarle un attimo nel panico. Questa situazione, protratta per settimane, mesi o – nel caso di alcune patologie degenerative, anche anni – diventa fisicamente e mentalmente estenuante.

Per questo motivo, in certi rari casi, vengono a parlare con me persone che si sentono quasi sollevate quando giunge il decesso, e subito dopo si sentono in colpa a causa di questa sensazione positiva.

Tutto ciò è normale. Se ti succede, non stai diventando “matto”: sono gli effetti del lutto anticipato. Alcune persone si sentono confuse, quando provano queste emozioni contrastanti, per questo motivo ho scritto un libro, che si chiama “Quel che resta è l’amore”. Può aiutarti a fare chiarezza nei momenti di difficoltà. Lo trovi cliccando QUI.

Vademecum del Lutto anticipato

  1. Il lutto anticipato è normale, accettalo! Sei perfettamente normale e soffrire prima di un decesso è del tutto normale. Hai il diritto di provare questa sofferenza; Davvero. È un fenomeno comune documentato da quasi un secolo. Non sei solo.
  1. Sii cosciente delle tue perdite. Ti sentirai dire delle cose fastidiose che sminuiranno quello che provi, o mostreranno semplicemente che le persone intorno a te non riescono a capirti. Considera qualcosa di creativo, come ad esempio, scrivere, l’arte, la fotografia, o qualsiasi altra forma di espressione artistica, per esprimere le emozioni che gravitano attorno all’accettazione di una morte imminente e, se lo ritieni opportuno, condividile con queste persone: li aiuterai a comprendere.
  1. Non rimanere da solo. Il lutto anticipato è comune tra coloro che si prendono cura delle persone malate, ma sfortunatamente, quando tutto il tempo che hai dedicato a prenderti cura della persona finisce, ti puoi sentire da isolato. Puoi trovare sostegno durante le serate che organizzo in compagnia di psicologi e psichiatri preparati, affrontando il tema del lutto con altre persone che stanno attraversando la tua stessa situazione.
  1. Ricordati che lutto anticipato non è sinonimo di arrendersi. Fino a quando continui a dare il tuo sostegno, non stai abbandonando un tuo famigliare o un tuo amico. Spesso arriva un momento in cui si accetta che una malattia è terminale e la guarigione impossibile. Concentrati su quello che stai facendo: continui a dare il tuo sostegno, a prenderti cura della persona, ad amarla, continui a creare dei momenti indimenticabili assieme. Questo è molto importante.
  1. Rifletti sul tempo che rimane. Pensa a come vorresti passare il tempo che vi rimane con la tua persona cara. Anche se ciò che si vuole non è sempre possibile, fai del tuo meglio per far si che il tempo che vi rimane assieme passi in un modo indimenticabile. Se la tua persona cara è d’accordo, potete discutere di argomenti pratici, come ad esempio il funerale, per esser sicuri di onorare al meglio i suoi desideri (piuttosto che provare ad indovinare cosa avrebbe voluto). La mia azienda organizza anche dei rituali privati precedenti la cerimonia “pubblica”. Sono dei momenti intimi, di raccoglimento, in cui sono ammessi solo i familiari, per onorare la memoria della persona scomparsa così come avrebbe voluto.
  1. Si alla terapia! Lo so, potresti pensare che la terapia sia per i pazzi. Ma, te lo dico nero su bianco, non è vero! La terapia è benefica per la gente comune che ha bisogno di un luogo protetto in cui processare le proprie emozioni. Quindi, se ti senti sopraffare dalle emozioni causate dal lutto anticipato, dì di sì alla terapia!

Gli italiani e l’incapacità di processare le emozioni dolorose del lutto

L’ultimo punto è particolarmente importante.

Il problema che tu, di fronte a queste emozioni non sei libero. Non sei preparato ad affrontarle. Hai un freno che ti impedisce di esprimere ed elaborare nel modo corretto tristezza, rabbia e dolore.

Come lo so? Lo abbiamo tutti, in Italia. Quello che ti manipola è il tabù della morte.

Per secoli e secoli, nel nostro paese, abbiamo vissuto la morte come un aspetto doloroso ma naturale delle nostre vite:

  • i malati e gli anziani venivano accuditi in casa, così che adulti e bambini erano educati a sperimentare la fine della vita e le sue implicazioni emotive;
  • la preparazione per il rito funebre era svolta dai familiari stessi, e questi ultimi gesti d’amore servivano sia ad onorare la persona amata che ad aiutare i superstiti ad elaborare il lutto;
  • l’intera comunità partecipava alla cerimonia, dando l’addio al defunto e raccogliendosi attorno alla sua famiglia, per accudirne e proteggerne i membri durante il periodo di cordoglio, senza abbandonarli a soffrire in solitudine come invece accade oggi.

Oggi ovviamente non si fa più nessuna di queste cose. La nostra società si è evoluta: è rapida, concreta, produttiva. Gli ospedali moderni sono in grado di fornire cure impossibili da replicare in casa. I medici sono sempre più preparati e hanno a disposizione  macchinari sofisticati, con cui sono in grado di allungare la nostra vita ben oltre ciò che i nostri avi avrebbero potuto immaginare.

C’è solo un problema in tutto questo: l’evoluzione tecnologica (e sociale) non è stata accompagnata da una nostra evoluzione psicologica, emotiva. Anzi, le nostre emozioni sono state letteralmente calpestate dal progresso.

I malati adesso si confidano con i loro cari al ritmo dei bip dei macchinari. Quando se ne vanno, l’ultimo addio viene dato velocemente, nel rispetto di turni stringenti, in compagnia di medici o infermieri che avvisano la famiglia in maniera professionale e distaccata.

Al trauma della morte si aggiunge il trauma del vuoto emotivo che le moderne procedure comportano.

Soprattutto in questi momenti si avverte con forza quanto la frenesia della vita moderna ci abbia allontanati gli uni dagli altri. Quando muore una persona, la famiglia non è più coinvolta nella preparazione del rito funebre, che spesso è una cerimonia “standard” uguale per tutti, e non esiste più una “comunità” che si stringe attorno ai superstiti, per supportarli nelle settimane immediatamente successive.

Siamo soli, lo sappiamo e questa cosa, chi più chi meno, ci spaventa. E a questa paura molti rispondono chiudendosi in se stessi, senza chiedere aiuto all’esterno. Perché parlare della morte, appunto, è un tabù nel nostro paese, quindi ognuno affronta la sua battaglia da solo.

Io invece, a chi si avvicina a me leggendo queste mie parole online, voglio tendere una mano, per spezzare questo tabù, insieme.

Nei miei lunghi anni trascorsi a contatto con la morte, ho imparato tante cose. Una di queste è che i nostri tabù hanno una data di nascita. Prima non esistevano, poi un giorno sono nati, sono cresciuti, si sono insinuati nella nostra cultura e sono stati tramandati fino a noi.

Anche il tabù della morte ha una data di nascita.

Vuoi sapere quale?

30 ottobre 1918.

In quella data, il governo di Vittorio Emanuele Orlando, alla fine della Prima Guerra Mondiale, dovette prendere una decisione che influenzò in maniera tremenda il morale dell’Italia intera: tutti i funerali vennero vietati. Le cerimonie in chiesa vennero vietate. Le visite alle tombe dei defunti vennero vietate, lasciando una cicatrice profonda nel tessuto emotivo del paese.

Perché?

Ti prego di seguirmi e ti invito a leggere il capitolo successivo di questa storia, lo trovi qui:

www.restalamore.com

In quella pagina capirai come è nato, in Italia, il tabù della morte e qual è la cosa migliore che puoi fare adesso per gestire le complesse emozioni legate al lutto anticipato, stare vicino ai tuoi cari e alleviare la tristezza.

Spero di cuore che tu lo legga.

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