e non devi permettere a nessuno di sminuire il tuo

I suoi occhi azzurri mi avevano colpito.

Forse perché risaltavano di più grazie al vestito totalmente nero.

Era venuta ad una mia serata per l’elaborazione del lutto, sedendosi in ultima fila, senza mai fare un intervento.

Forse perché aveva colpito la mia attenzione e quindi osservavo spesso quella silenziosa e distinta signora.

Aveva asciugato con il suo fazzoletto bianco molte lacrime che non era riuscita a trattenere mentre altri raccontavano il proprio lutto.

Così mi sono avvicinato e mi sono presentato. Ho scoperto così Elvira, una signora di settantadue anni, pacata, dalla piacevole conversazione.

Aveva perso il marito dopo 49 anni di matrimonio. 49 anni dedicati alla stessa persona, vissuti da coppia che non era riuscita ad avere figli.

A fianco ad un marito a cui non era riuscita a dare figli.

Una coppia che aveva vissuto una vita agiata grazie al lavoro in banca del signor Enzo, il marito. Un matrimonio lungo, sereno, mai messo in dubbio da incertezze, indecisioni, infedeltà.

La signora Elvira non ha mai preso la parola in una nostra serata, neppure successivamente.

Normalmente, dopo che la psicologa finisce l’introduzione spiegando cosa comporta affrontare un periodo di lutto, intervengono molte persone a raccontare la propria esperienza e chiedere consigli.

Eppure la signora Elvira non ha mai detto una parola.
Ci tenevo a capire il motivo del suo silenzio, così con discrezione, l’ho presa da parte e mi son deciso a chiederglielo.

“Ma perché non interviene mai signora? Ci farebbe piacere sentire la sua storia. Potrebbe servire a molte persone.”

La risposta è stata di una semplicità sorprendente:

“Signor Andrea, ci sono persone che qui portano dei dolori immensi: mamme che hanno perso un figlio, fidanzati che hanno perso la loro futura sposa.

Davvero non credo, con tutto l’amore che ho provato e provo per mio marito, che a qualcuno interessi la storia banale di una signora anziana che perde il suo anziano marito.”

“Ma perché dice questo, signora? Perché pensa che la sua storia sia banale?

«È chiaro che perdere mio marito è stata un’esperienza durissima.

Nei primi giorni dopo la sua morte non facevo che piangere, ho avuto tante persone care che venivano a casa mia a sentire come stavo, a farmi compagnia, a mangiare con me sapendo quanto ho sempre odiato mangiare da sola.

Finché un giorno non ho incontrato una conoscente, molto più giovane di me.

Aveva perso da poco il suo figlio più piccolo. Il suo racconto mi ha straziato il cuore.

Il modo in cui raccontava quello che era successo era insopportabile. Un dolore assurdo.

E mentre parlava ho pensato: che diritto ho io di lamentarmi?

Che diritto ho di chiedere a tutte queste persone che mi vogliono bene di perdere delle serate per stare a cena con me quando al mondo ci sono altri  che avrebbero molto più bisogno di conforto.

Questo pensiero mi è girato in testa per parecchi giorni.

Mi è capitato di parlare con alcune madri che hanno avuto più lutti: un figlio e poi un fratello o una sorella o il marito o uno dei genitori.

Tutte hanno detto che perdere un figlio sia in assoluto la cosa peggiore, la perdita più devastante che abbiano mai affrontato. 

Compresa mia cugina, che in pochi mesi ha vissuto cinque lutti, poverina.

Lei stessa mi ha detto: “Non vedo come si possa confrontare la perdita di un figlio con qualsiasi altro lutto. È un dolore insopportabile. Chiunque dice diversamente non ha mai perso un figlio.”

È questo il motivo per cui sono felice di ascoltare le esperienze di queste persone, mi fa tanto bene stare qui, ma non credo che sia importante o utile che io racconti la mia storia.»

Questa è stata la mia conversazione con Elvira. Una donna di grande dignità, che a seguito di una conversazione che l’aveva indubbiamente colpita molto, si era rinchiusa in un silenzioso riserbo, per il timore che mostrare il suo dolore potesse essere  inopportuno, paragonato  alle perdite subite da altri.

Devo dire che nel corso degli anni, nelle e-mail, nelle conversazioni, nei commenti su Facebook, ho notato spesso persone che descrivono chiaramente i loro sentimenti di dolore, ma hanno quasi il pudore di esprimere la vera portata della loro sofferenza.

C’è la sensazione in questi casi, che ci siano circostanze di lutto – ad esempio per un aborto precoce, un animale domestico amato, un nonno anziano – in cui non ci si  possa o non ci si debba permettere una   reazione di profondo dolore, al pari di altre perdite.

Quindi queste persone ritengono che la definizione stessa di ‘dolore profondo’ non sia applicabile a loro, come se ci fosse una sorta di classifica prestabilita di intensità del lutto..

Ho sempre avuto l’impressione che questo tipo di condizionamento aggiunga  sofferenza ad altra sofferenza.

Perché al dolore vero e profondo del lutto, si affianca la consapevolezza di non avere diritto di poterlo veramente manifestare, di poter chiedere aiuto.

E questo porta a nascondere il proprio dolore, a non dargli la giusta dignità.

Con il rischio che il percorso di elaborazione del lutto ne possa venir condizionato e che si protragga più a lungo del dovuto.

In questa battaglia del dolore, in questo confronto in cui si cerca un minimo di sollievo nel dimostrare che la propria condizione è più dolorosa rispetto alle altre, ci sono persone timide e sensibili, come Elvira, che ne subiscono le conseguenze.

Ricordo un pomeriggio in cui, in una trasmissione televisiva, l’esperto di turno ha pronunciato un suo terribile teorema che suonava così: “Si potrebbe creare un esperimento in cui confrontare 1.000 persone che hanno perso un genitore con 1.000 altre persone che hanno perso un figlio.

È possibile creare un test che valuti oggettivamente la quantità di dolore che le persone stanno vivendo, misurando reazioni, condizioni di salute fisica, comportamenti in genere.

In questo caso, è assolutamente naturale rilevare che la perdita di un bambino porta a sintomi di dolore più gravi che la perdita di un genitore. 

In altre parole, perdere un figlio a quell’età è peggio che perdere un genitore. 

Mentre ci possono essere alcuni casi strani che non seguono questa regola, è comunque una verità generale. 

Ovviamente perdere un bambino è anche peggio che perdere un gatto. 

Certo, ci possono essere due casi su 1000 in cui le persone si preoccupano più per i loro gatti che per i loro figli. 

Ma questo è abbastanza insolito e non ci impedisce di generalizzare. 

Dire una cosa diversa è irrispettoso nei confronti di coloro che hanno subito una perdita profonda.”

Mai fu più in disaccordo. Il solo concetto di pesare il dolore è inaccettabile.

Ogni settimana mi trovo davanti molte decine di persone che raccontano le loro esperienze.

E l’unica cosa certa che ho imparato in tutti questi anni, è che ogni lutto è unico e non paragonabile ad altri. Non è qualcosa che si può misurare in modo freddamente statistico, per fare una classifica.

Ogni persona è unica nel modo in cui vive le sue emozioni, così come era unico il rapporto che aveva con la persona che è venuta a mancare.

Ed è proprio questo il consiglio che dà la nostra psicologa ogni volta, nei nostri incontri serali sull’elaborazione del lutto: vivete il vostro lutto nella vostra modalità unica. Nessuno può dirvi quanto soffrire e come dovete soffrire!

Non ci sono scale di valutazione  per misurare oggettivamente il dolore di una perdita: non c’è metro lineare, bilancia, carta millimetrata che lo possano relegare ad una mera quantificazione arbitraria.

E non essendo misurabile non può essere confrontato con il dolore di altri. Non è possibile stilare classifiche.

Il punto è che purtroppo ognuno di noi, nel proprio percorso di vita, ha imparato che ci deve essere sempre un ordine, che tutto può essere misurato. Qualsiasi aspetto della nostra vita può essere considerato all’interno di una classifica o di una tabella.

Invece la realtà è che ogni relazione è irripetibile, come è irripetibile il dolore che scaturisce dalla sua perdita.  

A pensarci, anche il nostro miglior amico, con tutte le sue buone intenzioni, anche se ha avuto una perdita simile alla nostra, non sa in fondo come ci sentiamo. Nessuno ha un dolore che possa definirsi uguale al dolore di un altro.

Qualsiasi sia la perdita subita, nessuno può conoscere l’estensione del dolore di un altro essere umano. Il modo in cui ogni persona lo sperimenta è unico, unico come te e me.

Quindi, se ti sei trovato in sintonia con i pensieri della signora Elvira, forse potresti aver creato inconsapevolmente delle difficoltà a te stesso nel vivere il tuo dolore.

Magari ti sei negato la presenza di persone care per non mostrare quel dolore che per te è ingiustificato. Magari non hai organizzato il funerale che ritenevi più adatto perché ti era venuto in mente di scrivere una lettera che raccoglieva le tue emozioni, la vostra storia e gli stati d’animo che vivevi in quel momento, ma il rituale funebre non aveva un momento adatto per leggerla e ti sei trattenuto, negandoti la possibilità di leggerla pubblicamente.

E questo ti ha messo in una situazione di sofferenza, ti ha fatto persino vivere dei sensi di colpa per aver relegato la tua perdita allo stato di “lutto di serie B”.

Perché se accetti la possibilità di confrontare le esperienze di dolore, allora crei immediatamente i presupposti per creare lutti di serie A e lutti di serie B.

E, ovviamente, se pensi di vivere un lutto di serie B, sei tentato di tenere nel tuo cuore gran parte  delle tue emozioni.

Questo è un grande ostacolo al tuo percorso di elaborazione del lutto.

Il rischio è quello di insabbiarlo questo lutto e magari doversi confrontare con esso un giorno, quando in futuro potrà esplodere in assonanza con un’esperienza di dolore simile.

Insabbiare un lutto significa non avergli permesso di fare il suo percorso di evoluzione, significa non averlo trasformato in qualcosa che ci consenta di superarlo.
E un lutto non elaborato è come se entrasse in modalità stand by.
Questo è un passaggio molto importante, che ho affrontato in modo dettagliato nel mio libro.

Quello che risulta evidente nell’ascoltare i numerosi e preziosi racconti di lutto che ho incluso nel mio libro è che la condivisione del dolore è qualcosa che fa bene al cuore di chi parla così come a quello di chi ascolta.

Ti potrà essere utile leggere, nel mio libro, di come molte persone hanno tratto giovamento dal parlare ad altri del proprio dolore. Indipendentemente dal tipo di lutto, indipendentemente dal giudizio che gli altri avevano espresso (o avrebbero potuto esprimere) sul loro dolore.

Perché il lutto è complesso, complicato e subdolo. La sua profondità e i suoi tempi sono spesso imprevedibili e sorprendenti. 

Siamo limitati nella nostra capacità di comprendere veramente il dolore di altri, non possiamo realmente “sentirlo” nella sua vera portata, perché la maggior parte di noi deve ancora comprendere appieno il proprio. 

Ciò che abbiamo in comune come esseri umani, è l’esperienza di un cuore spezzato, e la saggezza di provare compassione per gli altri che affrontano un dolore simile.

Trovi la presentazione del mio libro a questo indirizzo, ti invito a leggerla:

Vai alla pagina del libro

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