Quando sei in lutto per la morte di una persona cara, o per il sopraggiungere di una malattia terminale (vedi il mio articolo sul lutto anticipato https://www.restalamore.it/soffrire-prima-di-una-perdita-che-cose-il-lutto-anticipato/), una delle cose più brutte che ti possano capitare è che gli amici e conoscenti, che dovrebbero essere fonti di conforto, aggiungano ulteriori preoccupazioni e malessere al tuo stato d’animo.

Le ragioni per cui le persone sono incapaci di trovare le parole giuste per starti a fianco (spesso basterebbe un sincero: “io sono qui per te”, seguito da un rispettoso silenzio) sono principalmente tre:

  1. Non capiscono cosa stai provando. Soprattutto nel caso di un lutto anticipato, chi non ci è mai passato non ha idea di quello che senti. Non percepisce la profondità del tuo dolore. È come un alieno che ti guarda con un telescopio da un altro pianeta e per questo motivo, le sue parole saranno sbagliate. Questo problema si può risolvere educando la persona a comprendere quello che provi, e c’è un sottocapitolo nel mio libro “Quel che resta è l’amore” che spiega esattamente quali sono le parole giuste da usare per insegnare alle persone che ci circondano a mostrare empatia.

  2. Dicono, in buona fede, ciò che pensano potrebbe farti stare meglio. Questa è una motivazione molto comune, collegata e spesso conseguente alla prima. Questi sono gli amici che – mossi da buoni sentimenti – vogliono costringerti ad uscire per “divertirti” anche quando vorresti solo restare sul divano a fissare il vuoto. Sono quei parenti che cercano di farti nascondere le foto “vecchie”, o di spingerti a compiere azioni che sono in completo contrasto con i tuoi sentimenti, sperando così di guarirti. Anche loro vanno educati a rispettare il tuo dolore e, a quel punto, possono trasformarsi in preziosi alleati.

  3. La terza ragione è un handicap emotivo. Ci sono persone che non sono capaci di sopportare il dolore altrui. A volte perché gli ricorda il proprio, irrisolto. Non potendo sostenere le tue emozioni, cercano di allontanarle il più velocemente possibile, ma non per cercare di far stare meglio te; lo fanno perché non vogliono star male loro. Questa terza ragione, spesso porta alla rottura completa dei rapporti con alcune persone, prima o durante un lutto.

Queste tre ragioni, esposte in ordine di “gravità” portano le persone a pronunciare delle frasi orribili a chi soffre. Ne ho raccolte 31, forse qualcuna ti è stata già detta:

  1. Pensavo che ormai ti fosse passata la tristezza!
  2. Consolati, ci sono altri che stanno peggio di te.
  3. Perché l’avete cremata, bruciando la sua anima, adesso non potrà più andare in Paradiso!
  4. Tutti dobbiamo morire, era solo questione di tempo.
  5. Vabbè dai, è un po’ come se aveste divorziato.
  6. Che modo terribile di andarsene…
  7. Se mio marito marito morisse, non ne sarei eccessivamente addolorato, perché saprei che la sua anima andrebbe in Paradiso.
  8. Non sei mai stato forte nei momenti difficili.
  9. Beh, almeno adesso puoi tornare a vivere la tua vita, anziché passarla a prenderti cura di un invalido.
  10.  Non essere depressa, o nessuno ti rimarrà intorno per aiutarti.
  11.  Hai perso così tante persone ormai, probabilmente non ti fa più così male.
  12.  Ma le cose che aveva in casa, le vendi? Sarei interessato.
  13.  Almeno è arrivata a 91 anni!
  14.  Cosa pensavi che sarebbe successo? Sapevi che gli piaceva andare forte in macchina!
  15.  Hai perso tutta la gioia di vivere.
  16.  Ogni cosa succede per un motivo, disegnato dal nostro Creatore, che non spetta a noi comprendere.
  17.  Devi smetterla di piangere e andare avanti!
  18.  Essere così tristi non è normale.
  19.  Sei troppo giovane per sapere cosa sia un vero lutto.
  20.  Ti perdono per essere stato così stronzo con me l’ultima volta solo perché sei in lutto.
  21.  So come ti senti.
  22.  Dio non ti farà affrontare nessuna prova che tu non sia in grado di vincere.
  23.  Non tornerà più indietro, fattene una ragione.
  24.  Ora devo riattaccare. Richiamami quando hai finito di piangere.
  25.  Adesso è in un posto migliore.
  26.  Se dovessi vivere una situazione simile, probabilmente m’ammazzerei.
  27.  Per fortuna sei giovane, potrai fare un altro figlio!
  28.  Ti stai comportando in modo egoista, non sei l’unico ad avere problemi, sai?
  29.  Era giunta la sua ora.
  30.  Passerà anche questo.
  31.  Perdere un coniuge non è come perdere un genitore. Tu potrai sempre risposarti.

Se sei stato oggetto di frasi simili, conosci perfettamente la sensazione di smarrimento che si prova in quei casi. Come fanno le persone ad essere così insensibili? Come si permettono di dire certe cose ad una persona che sta soffrendo?

Una signora che si chiama Linda, una volta mi ha raccontato quello che è stato detto a lei:

«I due commenti peggiori che abbia mai ricevuto, li ho ricevuti mentre mio marito era ancora vivo! Uno dei suoi amici, nonappena ha saputo del suo ricovero, mi ha chiesto se poteva comprarsi la sua macchina e a quanto gliel’avrei venduta.

Un altro mi ha detto che dovevo lasciarlo alla cura delle infermiere e “andarmi a fare una crociera per farmi nuovi amici”, giuro, me l’ha detto davvero! Una crociera mentre mio marito era in coma. Roba da matti. »

Quando ti senti dire cose del genere, è normale che tu ti senta di fronte ad un bivio perché, superato il piccolo shock iniziale, o ti arrabbi oppure pensi che, forse, potrebbero avere ragione loro.

Forse stai davvero soffrendo troppo. Forse non è così che ti dovresti sentire.  In un momento di fragilità è facile pensare di essere sbagliati.

È facile cedere alle pressioni psicologiche di persone a te vicine, figlie di una cultura moderna che rifiuta il dolore, e diventare una persona diversa da quello che vorresti essere.

Una persona che non piange, ad esempio. Una persona che si butta nel lavoro, o negli hobby, o in un nuovo flirt. Una persona che fa di tutto pur di non mostrare al mondo che sta soffrendo, che ingoia il dolore pur di ottenere il benestare e il rispetto delle persone che la circondano, in famiglia e in ufficio.

Ma se ti arrendi a queste spinte (che siano in buona o in malafede non importa) potresti ritrovarti ad aggiungere trauma al trauma, e pagare con gli interessi la tua scelta in futuro.

Sì, proprio in futuro. Se lasci che questo inganno sociale condizioni le tue vere emozioni, queste potrebbero tornare in superficie fra cinque, dieci o quindici anni.

Sapevi che, così come esiste il lutto anticipato, esiste anche quello posticipato? Si verifica quando, Dopo la perdita della persona cara, si manifestano solo alcune emozioni; tuttavia, trascorso un certo periodo, accade che un evento di entità minore scatena una reazione emotiva incontrollata, che può essere caratterizzata da comportamenti autolesionisti, attacchi di panico e gravi crisi depressive.

Ti faccio un esempio.

Un padre decide di non piangere per la morte del figlio. Gli hanno insegnato da sempre che gli uomini devono essere forti e non mostrare alcun segno di debolezza. Quando piangeva, da bambino, suo padre lo scherniva, accusandolo di essere una femminuccia.

Vieta anche alla moglie di parlarne in casa, costringendola a rifugiarsi a casa delle amiche per piangere e parlare del suo cordoglio.

Non dice nulla al lavoro e si sente pronto a vivere fino alla fine dei suoi giorni senza esternare il proprio lutto.

Dopo cinque anni, per una sciocca disattenzione, un automobilista investe il suo cane, il cui nome era stato scelto proprio dal figlio defunto: inizia una crisi di pianto inarrestabile, così disperata da portarlo a strapparsi i capelli, finché le persone intorno, incapaci di aiutarlo, decidono di chiamare un’ambulanza e gli infermieri sono costretti a sedarlo per farlo calmare.

Come questa ce ne sono moltissime altre. Vedi, razionalmente puoi illuderti di riuscire a “passare oltre” un evento tragico senza affrontarne le conseguenze a livello emotivo, ma il cuore non dimentica, e il dolore per ogni lutto non elaborato nella nostra vita si accumula, finché non scoppia.

Se scegli la strada che ti indica la società, potresti addirittura arrivare ad avere problemi fisici nel lungo periodo  (emicranie, insonnia, disturbi dell’appetito) e non riuscire a collegarli al lutto – o meglio, alla sua non elaborazione – soffrendone quindi senza capirne l’origine.

In contrapposizione a questo scenario che vuoi assolutamente evitare, c’è una via giusta da seguire. Varia per ogni persona, perché nessun lutto è uguale ad un altro, però rimane sempre fedele ad alcuni principi fondamentali.

Sono tematiche che affronto nel mio libro e durante le serate di aiuto all’elaborazione del lutto che organizzo insieme a psicologi e psichiatri preparati, troppo complesse per essere riassunte qui, però voglio comunque dartene un’idea.

Se ti senti portato, dai continui incentivi che arrivano dalle persone che ti circondano, ad “superare la tristezza” ignorandola o distraendoti… beh, sappi che quella persona non sei tu.

Non ti comporteresti così e non faresti nulla del genere se fossi libero di esprimere le tue emozioni senza condizionamenti sociali e se tu non subissi pressioni di vario genere. E bada bene, anche l’isolamento è una forma di pressione sociale.

Perché se tutti i tuoi amici svaniscono come bolle di sapone quando non riesci a fare a meno di esternare la tua tristezza, ti stanno indirettamente dicendo: “torna da noi quando avrai finito di piangere.”

Ma tu non devi farlo. Io ti invito a combattere queste forze che ti vogliono fintamente sorridente e “socialmente presentabile”, in un modo che va contro il tuo migliore interesse.

È troppo presto. Prenditi il tuo tempo.

La via giusta è la via dell’elaborazione del lutto. Certo, non è semplice e anzi a prima vista può sembrare più impegnativa del cercare di non soffrire affatto, ma è l’unica che ti porta a rendere veramente onore all’amore che provi per chi se ne sta andando, o non c’è più. E soprattutto è l’unica che ti permetterà di coltivare la speranza di provare ancora, seppur in modo nuovo, dei momenti di felicità, anche se adesso non vuoi neanche pensarci.

Elaborare il lutto significa, in un primo momento, sedere insieme alle proprie emozioni, ascoltarle e lasciare che ci attraversino completamente, anche se fa male. In questa fase è molto importante circondarsi di persone che siano emotivamente preparate a starci vicini.

E tutti gli altri? Tutti quelli che vogliono spingerci ad andare oltre, che ne facciamo di loro?

La prima cosa da capire è che non devi odiarli.

Sai, in oltre vent’anni di attività ho studiato a lungo le reazioni che le persone hanno di fronte ad un lutto. Nessuno è malvagio. Nessuno cerca di spronarti ad “andare avanti” per farti intenzionalmente del male ed impedirti di elaborare il tuo lutto (anche se a volte può sembrare così).

Gli italiani sono semplicemente vittime di un grande sbaglio che è stato commesso nel nostro paese cento anni fa, alla fine della prima guerra mondiale.

Una decisione tremenda, che ha causato un profondo trauma emotivo nella nostra nazione, mai risolto e che ancora oggi si ripercuote nelle vite di tutti noi, impedendoci di manifestare la nostra sofferenza per una perdita come facevano i nostri avi e come è naturale fare per la natura umana.

E questa è la seconda cosa da capire: noi, in Italia, siamo vittime di un grande problema culturale, e ce ne rendiamo conto solo quando affrontiamo un lutto, mai prima.

Questo problema, sconosciuto ai più, non è oggetto del mio libro, ma ne spiega l’origine.

In un altro articolo che puoi leggere gratuitamente qui sul mio blog scavo in profondità sulla ragione per cui nostro paese, a differenza di altre culture, non sappiamo come comportarci davanti ad un lutto e come accettare con empatia la sofferenza altrui.

Ti invito dunque a proseguire nella lettura, cliccando su questo link:

www.restalamore.com

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