Devo dire che ho due figlie o che ne ho avute tre?

Mi disse mio padre.

Ci sei tu e Linda. Ma c’era anche Sheryl. Anche se se n’è andata, è esistita. Non dovrebbe essere contata anche lei?

A scrivere è un’autrice del New York Times che racconta come suo padre sia sempre rimasto interdetto davanti alla semplice domanda “quanti figli hai?”.

Sheryl, la bambina che cita nella frase qui sopra, è infatti morta al momento stesso della sua nascita.

Non c’è stata una lunga malattia per lei, non ci sono state le feste di compleanno, i vestiti da scegliere e i drammi dell’adolescenza. La sua vita è finita così come è iniziata.

Il lutto per chi se ne va ancora prima di posare piede su questa terra è uno di quelli che non hanno il diritto di esistere, o almeno, così è per la società e così si sentono molte persone che devono affrontare la separazione da qualcuno.

Sono lutti non autorizzati e sempre più persone sono costrette a viverli.

Alcuni avvengono in situazioni estreme, altri invece li viviamo e li vive quotidianamente chi è al nostro fianco e nemmeno ce ne accorgiamo.

In 20 anni di lavoro nel settore funebre ho visto moltissime persone stravolte dal dolore, ma ne ho viste altrettante impassibili, incapaci di versare una lacrima.

Mi è capitato addirittura di vedere come alcune di queste siano considerate fortunate, perché in grado di superare in un battibaleno un così drammatico momento, la verità tuttavia è molto diversa.

Molto spesso chi si mostra freddo come il ghiaccio durante le celebrazioni di un funerale è chi sta maggiormente soffrendo.

Nell’articolo di oggi voglio parlarti proprio del dolore più silenzioso, quello dei lutti non autorizzati.

“Cercare di eliminare il dolore non fa altro che aumentarlo. Dovete aspettare fin quando sarà digerito, solo allora scomparirà.”

Samuel Johnson

È pressoché impossibile, tuttavia, digerire un dolore che non si ha nemmeno il diritto di provare.

Chi non ha diritto di soffrire?

Ci sono diversi casi in cui chi rimane non può piangere i suoi cari, come dicevo prima alcune sono situazioni limite.

Il primo caso che mi viene in mente e sul quale mi sono documentato è chi perde una persona socialmente non accettata.

Come ad esempio un carcerato, qualcuno con problemi di tossicodipendenza o ai margini della società per qualsiasi motivo. Persone delle quali, secondo il dire comune, nessuno sente la mancanza.

Eppure c’è chi quella mancanza la sente eccome. Non importa quali errori siano stati commessi, il vuoto si fa comunque sentire.

Un altro esempio è quello di chi era in una relazione extraconiugale, si trovava, quindi, nel difficile ruolo dell’amante.

Ognuno di noi ha i suoi valori personali e il suo giudizio sul mondo, questo però deve necessariamente cessare davanti al lutto.

Chi amava segretamente il defunto spesso non ha spazio per soffrire, non può talvolta essere presente alla cerimonia funebre, non può darsi un momento per piangere in pubblico.

Un altro caso in cui potresti trovarti, sentendo di non avere il diritto di piangere è quando perdi un bambino appena nato.

Da qui nasce la domanda che ti raccontavo all’inizio: “ho avuto una figlia? La devo contare quando parlo della mia famiglia? Oppure, visto che non le ho mai raccontato una storia prima di andare a dormire, visto che non abbiamo mai litigato, visto che non l’ho mai messa in punizione e non ci siamo mai abbracciati per fare pace, allora non conta?”.

Il lutto perinatale spesso non viene riconosciuto dalla società, se lo stai vivendo però hai il diritto di soffrire tanto quanto una qualsiasi altra mamma.

 (visto che non me ne sono ancora occupato in maniera specifica, se hai subito questo tipo di perdita puoi trovare conforto nelle parole della bravissima Erika Zerbini nel suo blog www.luttoperinatale.life).

A volte, invece, sono le circostanze del decesso a privare la famiglia del suo momento di sofferenza. Se per esempio hai perso un tuo caro perché ha compiuto qualche gesto sconsiderato, ecco che affiora nella mente di molti l’idea che se l’è cercata.

Supponiamo per esempio che stesse guidando ad alta velocità in piena notte e abbia subito un incidente, il pensiero comune difficilmente si scosta dalle circostanze, eppure il tuo dolore, se ti trovi in questa situazione, non è diverso da quello di chiunque altro.

Non è un incidente o una malattia a definire il nostro diritto di piangere o sentire la mancanza di qualcuno.

Ripensare con nostalgia alle giornate insieme, piangere, sentire un vuoto nello stomaco, non sono azioni che possono essere determinate dalla situazione, sono diritti che tutti dovrebbero avere.

Anche in questo caso trovo che sia importante che il giudizio si sospenda e che le opinioni personali spariscano davanti al dolore.

Ci sono poi altre casistiche molto più comuni in cui il lutto non è autorizzato.

La prima è quella in cui sia un bambino a soffrire un lutto.

Siamo abituati a vederli come creature innocenti e non possiamo tollerare che vivano un momento difficile come quello in cui si perde un proprio caro.

I bambini tuttavia sperimentano anch’essi il lutto proprio come noi adulti, è necessario quindi non togliere loro il diritto di vivere il dolore né sottovalutarne la portata.

Se ti trovi in questo delicato momento ti vorrei consigliare di leggere un articolo che ho scritto sul tema (https://www.restalamore.it/cosa-dire-ai-bambini-quando-viene-a-mancare-una-persona-amata/) per aiutare chi vive proprio una situazione del genere a comunicare nel modo migliore con i propri figli.

Similmente a questo, viene sottovalutato il dolore di chi ha una qualche forma di disabilità mentale.

La diversità capacità cognitiva fa a volte pensare che il dolore sia diverso, ma le cose non stanno affatto così.

C’è poi un ultimo caso ancora più comune e ancora più trascurato.

Il dolore è accostato principalmente alle donne.

Nessuno lo pensa consapevolmente, ma, nella mente di tutti, noi uomini abbiamo il dovere di essere forti, siamo rocce che non si possono sgretolare, colonne portanti di una società che, per quanto si sforzi di diventare più moderna, non può prescindere da alcune vecchie strutture mentali.

Non so se tu sia uomo o donna, non ho modo di saperlo, ma l’argomento tocca entrambi.

Nel primo caso, infatti, è possibile che tu ti stia impegnando per sostenere il peso della situazione. È possibile che tu debba essere forte per qualcuno, sia esso tuo figlio, tua moglie, tua mamma, tua sorella, chiunque intorno a te stia soffrendo del tuo stesso dolore.

È possibile che ti stia occupando tu di tutte le questioni, che ti stia gettando nel lavoro, nelle faccende burocratiche.

È possibile che tu stia consolando tutti e ti stia mostrando forte, senza mai concederti un pianto, un momento di sconforto, di debolezza, senza essere mai di cattivo umore o scontroso.

È normale che accada, ti hanno insegnato tutti ad essere “l’uomo di casa” e non puoi uscire dal tuo ruolo, fondamentale per chi ti sta intorno.

Ecco, questo è uno dei drammi più comuni e ha gravi conseguenze per la tua possibilità di vivere il lutto nella maniera migliore per te senza rischiare strascichi nel futuro.

Se invece sei una donna è importante che tu non sottovaluti il comportamento di chi ti sta accanto.

Infatti tuo marito, tuo papà o qualsiasi uomo al tuo fianco stia vivendo un lutto potrebbe apparirti imperturbabile.

Non pensare che non stiano soffrendo o che stiano vivendo il momento meglio di te, anzi.

Cosa fare se ti trovi in una delle situazioni descritte?

Il titolo all’inizio è provocatorio. È una sorta di sfida a come siamo abituati a vedere le cose.

Come forse sai se hai già letto qualche articolo su questo blog, ho scritto un intero libro per cercare di mettere la mia esperienza al servizio di chi sta vivendo un lutto.

Mi sono reso infatti conto nella mia ventennale esperienza nel settore funebre che culturalmente in Italia la difficoltà nel parlare di lutto è altissima.

È un tabù del quale fatichiamo a liberarci, non riusciamo a esprimere sofferenza e a dar voce a ciò che sentiamo.

Non pretendo di darti una risposta univoca né tantomeno definitiva, sono infatti convinto, così come molti studi affermano, che ognuno abbia il suo particolare e unico modo di vivere il dolore.

Ci sono però alcune scelte salutari per tutti.

Prima di tutto ti chiedo di non sottovalutare ciò che stai vivendo.

Sia che chi hai perso fosse un uomo di 40 anni che esplodeva di salute, sia che fosse qualcuno alla fine di una lunga vita e una logorante malattia…

Non ha importanza.

Magari ti riesce difficile pensarlo perché sei abituato a ripetere le frasi di circostanza che tutti noi sentiamo, ecco ti chiedo di ignorarle, non c’è una ragione per cui il tuo dolore sia più o meno rilevante.

Questo vale anche per le situazioni che ho descritto in alto.

La seconda cosa fondamentale è che tu non pensi di dover essere forte per gli altri e ti privi del momento che hai bisogno di vivere.

Tutto parte dal giorno dei funerali. Il rito, infatti, è un momento cruciale per chi rimane per dire un ultimo ciao, per stringersi nel cordoglio.

È da lì che parte il complesso viaggio verso la rielaborazione del lutto. È necessario che tu possa viverlo appieno emotivamente e che sia un momento di liberazione per piangere chi è venuto a mancare.

Spero di esserti stato utile con queste righe e che tu abbia compreso che è in tuo diritto soffrire chiunque se ne sia andato e qualsiasi siano state le circostanze della sua scomparsa.

Non intendo di certo esaurire l’argomento in un unico articolo, si tratta di un tema molto complesso, tanto che ho deciso di dedicargli un intero libro.

Al suo interno troverai alcuni consigli e indicazioni per comprendere meglio le emozioni che provi e mitigare la tristezza. Oggi sappiamo che lo stress si può gestire, e che ci sono vari modi di affrontare un lutto, alcuni dei quali meno gravosi per i superstiti. È di questo che ti vorrei parlare, in maniera più approfondita, così che ti possa essere d’aiuto.

Se decidi di darmi fiducia, qui trovi la pagina di presentazione del libro. Puoi leggerla oggi stesso: 

www.restalamore.com

Andrea Cavallaro

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